(GLI) ANTI-TENNIS

59606637Non sono mai stato un fan sfegatato di Fognini, ma apprezzo le qualità (e l’elenco è lungo) del Fabio-giocatore. Si sono viste tutte nel match dell’altra notte contro Gabashvili, mischiate fra difetti e bizze che ormai – si è capito – fan parte del “prodotto” al pari di diritto e rovescio. Ciò che invece si è capito meno è quale sia la carenza di chi non ha perso l’occasione per un po’ di sana critica social, la specialità dell’Average Italian Guy. Avere necessariamente un’opinione e spesso poco cervello per tenersela per sé, puntare sempre e comunque il dito, quello consumato alla tastiera o dallo schermo touch dell’iPhone. Magari pagato a rate e pure da mammà. Mi ha colpito una frase: “sei l’anti-tennis”, vomitata dall’ubriacone da bar 2.0, “lo scemo del villaggio promosso a portatore di verità” (cit.). Quello che agli Europei è corso su Instagram a insultare Pellè, e alle Olimpiadi si è lamentato (come ogni 4 anni) dei premi-medaglia del CONI, “perché difendere il tricolore è un onore e bla bla bla”. Ma se quella mano, quei colpi e quelle gambe sono l’anti-tennis, per favore non mostrateci il tennis. Potrebbe non piacerci.

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EVIDENZIAT…ENNISTI

NEW YORK, NY - AUGUST 30: Juan Martin del Potro of Argentina serves to Diego Schwartzman of Argentina during his first round Men's Singles match on Day Two of the 2016 US Open at the USTA Billie Jean King National Tennis Center on August 30, 2016 in the Flushing neighborhood of the Queens borough of New York City. (Photo by Elsa/Getty Images)

Juan Martin Del Potro a New York – ELSA/GETTY IMAGES

D’accordo: va di moda il fluo. D’accordo: il rigore old style, quello del bianco forzato da capo a piedi e guai a chi sgarra, è andato in pensione e va bene così. Anche perché di candido il tennis di oggi non ha più nulla o quasi. Ma dove sta scritto che le conseguenze del “liberi tutti” debbano essere tennisti conciati come Stabilo Boss, da Del Potro a Kyrgios e tanti (troppi) altri?

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L’AMERICANO “BUONO” VIENE DA SKOPJE?

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Stefan Kozlov, classe 1998, statunitense

[Articolo pubblicato sul numero di luglio 2016 di TennisBest Magazine]

Rimasto fuori per un soffio dalla “Next Generation”, Stefan Kozlov sta crescendo ed è già top-200 ATP. Figlio di russi emigrati in Macedonia e poi negli Stati Uniti, da qualche anno è seguito dai coach USTA. Sarà il prossimo americano a vincere uno Slam?

Milano, 22 maggio 2012. Trofeo Bonfiglio, campo 9 del Tennis Club “Alberto Bonacossa”. Spalti gremiti, grande attesa, c’è l’esordio di Quinzi. Contro chi? «Un pischello americano». L’enfant prodige azzurro vince il match (e poi anche il torneo) senza troppe difficoltà, 6-4 6-0, e gli spettatori se ne vanno contenti, sicuri di aver visto un nuovo campione. Chi il tennis lo conosce un tantino in più, invece, piuttosto che Quinzi nota l’altro, il pischello americano, al secolo Stefan Kozlov. A 14 anni gioca (e bene) fra gli under 18, il rovescio è poesia: facile, fluido, veloce, preciso. La mano educata: lob, smorzate, volèe. La testa sorprende. La sconfitta sta nell’ordine delle cose, e il giudizio è unanime: in futuro ne sentiremo parlare. Quattro anni dopo quel futuro non è ancora arrivato, ma nemmeno la sua data di scadenza. Stefan è cresciuto, il ranking ATP dice 176 a 18 anni: se non ti chiami Becker o Chang è tanta roba, per dirlo con le parole dei suoi coetanei. Lui si chiama Stefan in onore di Edberg («non l’ho mai incontrato di persona ma mi piacerebbe conoscerlo, mi piace il suo stile di gioco»), ed è una delle “next big things” del tennis a stelle e strisce, anche se i lineamenti del viso lo collocano da tutt’altra parte. L’ID non inganna: nato a Skopje, Macedonia, da genitori russi emigrati nel periodo di depressione dell’economia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. E poi? «Quando avevo sei mesi – racconta – ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, vicino a Miami. Papà gestisce una grande accademia, ehm, non grande, diciamo normale, a Pembrooke Pines, dove viviamo. Ho iniziato a giocare lì, passandoci un sacco di tempo sin da piccolissimo. È una bella struttura, c’è un bell’ambiente, non potevo avere di meglio».

Scorrendo il sito della Kozlov Tennis Academy, colpisce il profilo di papà Andrei. Uno che ha chiamato i figli Stefan e Boris in onore di Edberg e Becker («e il secondo può diventare più forte del primo, me l’ha detto Bollettieri»), è già un personaggio curioso di per sé, e la bio non tradisce. In sintesi, si definisce un santone, che sa cosa serve per costruire i campioni, e lo fa con passione e “metodi non ortodossi”. Impossibile non chiedergli cosa voglia dire. «Significa non seguire la norma, pensare in maniera diversa. Se piove ci alleniamo comunque, scivolando sui campi come fossero in terra battuta. L’età dei ragazzi non importa, li facciamo allenare come dei professionisti, per farli sentire tali. Non è per tutti, la gente non ama il cambiamento, ma i nostri risultati parlano per noi». E per costruire i campioni, qual è la ricetta? «Disciplina, prima di tutto. Presentarsi presto, andarsene tardi, allenamento fisico, cuore, poche scuse. E un po’ di fortuna per evitare gli infortuni». Tutto bello, ma funziona? Con il figlio pare lo stia facendo a dovere. «Con Stefan ho iniziato quando aveva quattro anni, per renderlo un grande tennista ma anche la miglior persona possibile. Mi sarebbe piaciuto vederlo vincere un torneo del Grande Slam a 18 anni, ma non è ancora successo. Però sono fiero dei suoi risultati. Credo abbia bisogno ancora di un paio d’anni per essere pronto». Nonostante l’abbia plasmato a sua immagine e somiglianza, mister Kozlov ha avuto il cervello per affidare il giovane a qualcun altro, lezione che pare non aver trasmesso al suo amico Sergio Giorgi, in passato transitato anche da loro. «Da quando ha 13 anni Stefan è seguito dai tecnici della USTA, perché io sono impegnato all’Accademia: devo lavorare per portare avanti la mia famiglia». Nel caso di Kozlov junior, prima c’è stato per tre anni l’argentino Nicolas Todero, poi, per un paio di mesi fra dicembre e gennaio, l’ex top-15 Andrei Cherkasov, quindi da marzo di quest’anno Stanford Boster, sempre della USTA. «Suo padre – racconta Boster – sarà sempre una parte importante della sua vita e della sua carriera. Lo tengo informato di tutto ciò che facciamo e dei progressi di Stefan, ma mi ha dato piena libertà e fiducia».

Di comune accordo, coach e padre hanno deciso di spedirlo spesso in giro da solo: i 18 anni li ha compiuti, non si tratta di abbandono di minore. E per di più funziona. A inizio anno Stefan ha vinto un paio di Futures, così hanno replicato a maggio, mandandolo in Europa per le qualificazioni del Roland Garros e un paio di Challenger. «Credo che girare da solo serva a un giocatore per diventare più forte – continua il padre – perché molto spesso, specialmente i più giovani, hanno un sacco di persone che li circondano e si occupano di tutto. Così, quando un ragazzo esce dai tornei juniores non è capace di fare nulla da solo. Nel mondo dei pro viene prima il giocatore, poi il coach, quindi la famiglia». A qualcuno, in Italia, fischieranno le orecchie, ma così è. Lo conferma Boster: «Gli do un sacco di libertà, per permettergli di compiere i suoi errori. È un ragazzo maturo». Lo si vede anche al ristorante del Tennis Palladio di Vicenza, a migliaia di chilometri da casa. A 18 anni, in tanti aspetterebbero solo quello per uno strappo alla regola. Lui invece siede al primo posto libero e tenta addirittura di ordinare in italiano. La resa è quella che è, ma la cameriera capisce: pasta al pomodoro, pollo e acqua naturale. Non deve nemmeno giocare, quindi chapeau. Kozlov è un tipo tranquillo, serio, un lavoratore. Mostra una discreta intelligenza, in campo e fuori. Boster parla di “advanced tennis brain”, di capacità di capire il gioco in anticipo, di usare tutto il campo. Mica male a 18 anni. «Pensa molto, aspetto che a volte in campo lo rallenta. Ma di natura è un vincente, sa come si vincono le partite: è qualcosa di importantissimo. E poi ascolta, si applica, è molto ricettivo. Lui ci mette la testa, io gli sto dando gli strumenti fisici e mentali per far rendere al massimo le sue qualità».

Fisicamente non sarà mai un mostro, ma sta iniziando a formarsi, qualcosa si vede. Giura di essere alto 6 piedi. «In centimetri? Lo sapevo ma me lo sono dimenticato». Gli viene incontro l’iPhone: fanno 1 metro e 83. L’ultimo più basso di lui a vincere uno Slam è stato Gaston Gaudio, Parigi 2004. Sotto una certa altezza non si vince, o così pare. «Ma ogni cosa ha i suoi aspetti positivi e negativi. Chi è più alto può servire molto meglio, ma non si può muovere così bene. Dicono che l’altezza ideale per un tennista sia 6.2 piedi (1,89, ndr), mi mancano solo due pollici». Sempre in tema di Major, vicino a Gaudio c’è Roddick, l’ultimo statunitense a vincerne uno, lo Us Open 2003, cinquanta (!) Slam fa. La generazione attuale, finalmente, sembra quella buona per imitarlo: in quattro hanno vinto almeno uno Slam fra gli juniores. Ma chi ha più chance? «Difficile dirlo: tutti hanno ottime qualità, ma ognuno è diverso. Ci spingiamo a vicenda, stiamo facendo le cose bene. Qualcuno è già arrivato molto in alto, come Taylor Fritz, per gli altri c’è ancora tempo. È positivo avere davanti uno come lui che sta facendo così bene, perché fino a poco tempo fa giocavamo insieme, quindi sappiamo che anche noi possiamo arrivare fino a lì». È d’accordo Martin Blackman, da un annetto il responsabile tecnico della USTA, che a dispetto di un cognome da cattivo delle favole si prende cura di tutti i suoi giovani. La domanda è quasi retorica: meglio un gruppo di una decina di talenti come quello attuale, o meglio i cosiddetti “pochi ma buoni” da poter seguire alla perfezione? «Meglio la quantità. Abbiamo un bel gruppo di giocatori e per ognuno di loro il rapporto con la USTA e il supporto che ne deriva è differente, in base alle varie esigenze. Abbiamo le risorse per supportarli tutti. Stefan è un ragazzo molto intelligente, capisce il gioco prima degli altri, è in continua crescita. E poi è molto disciplinato, seguendo i giusti piani riuscirà a esprimere tutto il suo potenziale. Non voglio fare previsioni, ma credo avrà una grande carriera. I suoi successi da junior mostrano che sa come si vince».

Già, i successi da juniores: numero 2 al mondo, finalista ad Australian Open e Wimbledon, vincitore all’Orange Bowl. Tutto a 16 anni. Ma Kozlov è sempre stato un fenomeno di precocità. Basta aprire Google, digitare “Stefan Kozlov youngest” e sembra di sfogliare il Guinness World Records. Il più giovane a entrare nei primi 20 del ranking under 18, il più giovane a conquistare punti ATP, il terzo statunitense più giovane a raggiungere una finale Challenger (dietro a Chang e Agassi, mica Evans e Young), il più giovane fra i primi 200 ATP, e tanto altro. «Quando la pressione cresce non è facile da controllare, ma raggiungere certi traguardi è stato bello. Le prime esperienze, le prime difficoltà, tanto divertimento. Però ormai la gran parte di questi traguardi appartengono al passato: ora sono nel mondo dei professionisti ed è tutto diverso. I giocatori sono diversi, a livello Challenger sono già tutti competitivi, si gioca per i “lunch money” (letteralmente: i soldi per il pranzo), è difficile. La transizione dai tornei juniores al mondo dei “pro” è impegnativa, serve tempo per diventare forti fisicamente e mentalmente. E poi l’ambiente è totalmente diverso. Si passa dai grandi palcoscenici degli Slam a dei piccoli club per i Futures, ma il tennis che conta è questo. Il mondo junior non ti prepara per il professionismo, appena ho potuto l’ho lasciato». Eppure, nonostante tutto ciò, dalla NextGen è rimasto tagliato fuori. L’ATP l’ha lanciata a Indian Wells scegliendo tutti i nati dal 1995 (compreso) in poi che fossero fra i primi 200. Lui ci è entrato un mese e mezzo più tardi. «È tutta la vita che competo con questi ragazzi, ed essere rimasto fuori per questione di tempo un po’ mi ha ferito. Ma poi ho capito che devo solo continuare a lavorare e crescere per raggiungerli». Il suo inizio di stagione è stato positivo: ha vinto tre Futures da 25.000 dollari, raggiunto una finale Challenger, scalato quasi 200 posizioni da gennaio. Eppure non è soddisfatto al 100%: «Avrei potuto fare meglio».

Forse si sarebbe ricreduto qualche giorno dopo, quando ha centrato i quarti di finale all’ATP di ‘s-Hertogenbosch, anche se poi a Wimbledon è andata male. Fuori al primo turno delle qualificazioni, battuto nettamente dal russo Medvedev. Ma il tennis è così: un giorno “up” e l’altro “down”. «Il tennis è uno sport individuale, sei il solo responsabile di te stesso. A volte diventa difficile da sopportare, nel corso dell’anno si perde praticamente tutte le settimane. E poi per noi americani è necessario stare in Europa almeno un paio di mesi consecutivi, lontano dalla famiglia, dagli amici. Non è facile, ma amo quello che faccio, amo il tennis». Eppure, come tanti suoi coetanei e connazionali, preferisce trovare ispirazioni altrove. «Adoro Dwayne Wade, e poi guardo tutte le partite di football dei Miami Dolphins, mi piacciono tutti i giocatori. Non è uno sport comparabile al tennis, ma è una buona fonte d’ispirazione». E nel tennis? «È facile dire Federer, ma non è facile imitarlo. Provo a ispirarmi a Murray, ma mi piace prendere qualcosina da ognuno, mi piace osservare i top player, serve a imparare». Nessuna menzione per Agassi, eppure qualche tempo fa ha raccontato all’ATP di sognare un doppio insieme a lui. «Vero, è uno dei miei idoli. Ho visto tanti suoi match, adoro il suo modo di giocare e ho sentito dire che è una gran persona. In passato qualcuno ha paragonato il mio tennis al suo, per me è un grande complimento. Un onore». Proprio Agassi è stato uno dei suoi soli tre connazionali a vincere al Roland Garros nell’Era Open, insieme a Chang e Courier. A conferma che sulla terra rossa gli statunitensi fanno fatica. «Non è una legge, per ognuno è differente, ma credo sia complicato essere particolarmente preparati su una superficie che negli Stati Uniti praticamente non esiste. Ci giochiamo pochissimo, ma c’è comunque qualcuno che sa essere competitivo. A me piace giocarci, anche se non credo sia la mia superficie migliore. Meglio il cemento, o anche l’erba».

«Stefan ha tutti i colpi, può diventare un top ten», ha sentenziato lo zio Sam, aka Querrey, quando l’ha battuto in finale lo scorso anno a Sacramento, impedendogli di diventare il più giovane di sempre a vincere un Challenger. Un’investitura sentita da tanti e per tanti, con un margine d’errore immenso. «Prevedere certi risultati a un’età così giovane – ha detto Boster – è molto difficile. Troppe cose devono andare nel verso giusto, solo il tempo ce lo dirà. Però credo che Stefan abbia il potenziale per fare tutto ciò che vuole. Gli unici limiti sono quelli che si pone lui stesso. Sono molto soddisfatto di ciò che abbiamo fatto in questo breve periodo insieme, ci sono stati degli alti e bassi ma non potevo chiedere di meglio». A livello di obiettivi, però, non sembrano molto d’accordo. Secondo il coach, il progetto sarebbe top-100 entro la fine del 2017, top-50 due anni più tardi. Stefan, invece, vuole bruciare le tappe. «Mi piacerebbe entrare nei primi 100 entro la fine dell’anno. E poi sogno la top ten e uno Slam: lo Us Open, o anche Wimbledon. Ma è difficile fare previsioni, entrano in gioco tanti aspetti, ora devo solo cercare di continuare sulla strada giusta». In campo, certo, ma – aggiungiamo noi – anche nelle interviste. Sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore e un caloroso saluto alla fine, con tanto di pacca sulla spalla e «buona fortuna». Forse l’hanno solo istruito a dovere, forse no. Nel dubbio vien da dargli fiducia. Come 4 anni fa al Trofeo Bonfiglio.

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MATURITÀ A 45 ANNI, SOLO PER IL TENNIS

Storia Oscar Sacella[Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo di mercoledì 22 giugno]

«Nonostante abbia 45 anni un po’ d’ansia c’è: in soli 4 giorni di maturità mi gioco 5 anni di sacrifici». Parola di Oscar Sacella: di giorno maestro a Sarnico, dove insegna tennis da oltre 20 anni, di sera alunno di un Liceo delle scienze umane, da quando nel 2011 ha deciso di tornare sui libri. Li aveva abbandonati dopo la terza media per dedicarsi al tennis, prima da giocatore e poi da maestro, ma il desiderio di approfondire la sua formazione l’ha riportato indietro di oltre vent’anni. «Per essere ammesso al corso da tecnico nazionale è necessario il diploma di scuola superiore, così ho scelto di provarci. È stata lunghissima: nove mesi all’anno, da lunedì a venerdì, dalle 18.30 alle 23.30, studiando di notte». Così dalla prima alla quarta, a Trescore Balneario, più l’ultimo anno a Palazzolo sull’Oglio. «L’aspetto più duro? Dover togliere tempo a famiglia e lavoro. Serve tanto impegno, alla mia età o lo fai bene o è meglio non farlo».

«Matematica? Un calvario»
Sulla scrivania del suo ufficio, al Centro Tennis Comunale, racchette e palline hanno lasciato spazio a libri e quaderni, il dizionario d’inglese, evidenziatori, persino un righello, per studiare anche nei ritagli di tempo fra le lezioni di tennis. Anatomia, metodologia, igiene e tanto altro. Compresa la maledetta matematica. «Per le altre materie è bastato dedicare tempo allo studio, mentre matematica è stata un calvario. Le mie basi erano scarse». Il bello, però, viene ora. Oggi il tema di italiano, domani il test di medicina sportiva, lunedì la terza prova. E a luglio l’orale, con una tesina sul tennis per diversamente abili. «Sono stato ammesso con un’ottima media, e visto tutto l’impegno che ci ho messo punto a uscire con un bel voto».

Il quarto tecnico bergamasco?
Poi, l’attenzione si sposterà sul corso federale, che potrebbe renderlo il quarto tecnico (la massima qualifica in Italia per un insegnante di tennis) in tutta la Bergamasca. «Durerà due anni, con la possibilità di specializzarsi sulla parte di campo oppure su quella dirigenziale. Mi piacerebbe farle entrambe, visto che ho dei progetti importanti per il futuro». Infatti, non solo l’attività del Comunale Sarnico è prossima a ripartire, ma lo farà con un restyling del centro e rinnovate ambizioni. «Copriremo uno dei due campi con una struttura fissa, così da poter giocare 365 giorni all’anno. E poi ripartirà l’attività: scuola, soci, squadre, tornei e l’obiettivo di costruire un’agonistica di alto livello, grazie alla collaborazione con un’accademia della provincia». Impegno e progetti sono già da 100 e lode. Ora la parola passa agli esami.

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46 TORNEI IN UN ANNO. IN CAMPER.

Gonçalo Oliveira, portoghese classe 1995, gira l'Europa in camper col padre, sognando i top-100

Gonçalo Oliveira, portoghese classe ’95, gira l’Europa in camper sognando i top-100

[Articolo pubblicato su TennisBest il 27 marzo 2016]

Il portoghese Gonçalo Oliveira ha 21 anni e da un paio gira l’Europa in camper col padre, dividendosi fra Futures (tanti) e Challenger (pochi), per inseguire il sogno top-100. “È impegnativo, ma non mi stanco mai”. Nemmeno dopo 27 tornei consecutivi.

SONDRIO – “Una foto? Aspetta, vado a prendere una felpa dello sponsor. Facciamoli contenti”. In effetti, è già tanto che uno come Gonçalo Oliveira ce l’abbia uno sponsor, dall’alto (si fa per dire) della sua 528esima posizione nella classifica ATP. Risultato più che rispettabile, ma che nel crudele sistema tennis significa tornei Futures, quindi zero guadagni per chi è fortunato, bilancio in rosso per tutti gli altri. Il ventunenne portoghese è uno di loro, quelli che sgomitano anni e anni rincorrendo un sogno che la gran parte non accarezzerà mai, chi perché non ha i mezzi tecnici, chi la testa, chi la voglia di farsi un mazzo tanto da mattina a sera, oppure di stare mesi e mesi lontano da casa. Non pare il caso del mancino di Porto, che pur di fare il tennista ha messo da parte tutto il resto, e la casa se la porta dietro ogni settimana, sulle ruote del camper che ha acquistato un paio d’anni fa. Alla guida c’è papà Abilio, ex giocatore professionista che gli fa da coach, manager, psicologo, fisioterapista. “Tutto tranne la fidanzata”, scherza lui. Insieme girano l’Europa settimana dopo settimana, provando a scegliere i posti migliori dove giocare. La prassi è sempre la stessa: cercano una zona vicina al circolo e ci fissano la residenza temporanea, sperando di rimanerci il più a lungo possibile. L’anno scorso l’hanno fatto per 27 tornei consecutivi, 46 in 52 settimane. Un record? Probabile. “Ma a volte magari ho perso al primo turno, quindi sono rientrato a casa per qualche giorno”, confessa sorpreso, quasi non si fosse accorto di averne giocati così tanti. Ci si stanca? “No, mai. È impegnativo, ma sono una persona solare, cerco sempre di guardare gli aspetti positivi. E poi più gioco, più cresco. È il motivo per cui sono qui”.

UNA QUESTIONE DI COMODITÀ
Quella dei tennisti che girano in camper non è una novità assoluta. Ci è passato pure Dustin Brown, la cui storia è diventata molto popolare dopo la vittoria su Nadal a Wimbledon. Facile immaginare da chi abbia preso spunto Oliveira. Invece no. “Me l’ha consigliato uno spagnolo, Marcos Giraldi Requena (un altro come lui: gira col padre ed è intorno ai primi 500, ndr), e ho pensato subito fosse una buona idea. Certo, non puoi permetterti un investimento come questo e poi mollare tutto l’anno dopo. Devi essere disposto a farlo a lungo”. Nell’area camping di Sondrio, casualmente piazzata proprio accanto al Tennis Club (dove l’abbiamo incontrato, impegnato nel locale torneo Futures), di camper ce ne sono quattro o cinque, il suo Knaus è decisamente il migliore. “È costato 80.000 euro, è completamente automatizzato. Ci sto parecchio tempo, non potevo comprarne uno qualsiasi”. Si deduce che la scelta del camper non è stata dettata (solo) dall’aspetto economico, quanto da una serie di comodità e vantaggi. “Mi posso portare un sacco di materiale che trasportare in aereo sarebbe complicato, poi posso dormire ogni notte nel mio letto, che non è cosa da poco. In certi hotel si pagano cifre importanti ma sembra di dormire per terra, meglio evitare”. E poi, quando si sveglia lui è già al club, quindi niente transportation, meno tempo perso. “È come giocare sempre a casa, e si risparmiano anche dei soldi. Sarebbero ancora di più se cucinassi, ma poi mi toccherebbe andare all’ospedale. Meglio il ristorante (ride, ndr).Se lo consiglierei? Sì, ma devi esserne predisposto. La vita nei tornei Futures è già difficile di per sé”.

“DI SOLDI NON SE NE VEDONO”
A sentirlo sembra tutto rose e fiori, ma girare in camper, per un europeo, ha anche degli svantaggi. Significa dover giocare sempre dove il livello è più alto, dove raccogliere punti è più complicato. “Vero. Ma per migliorare bisogna affrontare i più forti. Per questo quando posso gioco le qualificazioni nei Challenger, per testare il mio livello, capire cosa mi manca. È inutile che vada in India a fare punti se poi quando torno in Europa perdo al primo turno. Se si vuole arrivare nei primi 100 la strada è questa”. La sua è ancora lunga, ma Gonçalo non dispera. “Quest’anno punto a giocare le qualificazioni nei tornei del Grande Slam. Magari già allo Us Open: per farcela devo vincere tre Futures”. Mica facile per chi in quattro anni da ‘pro’ ne ha vinto uno solo. “Ogni stagione è più complicato. Dall’inizio del 2016 l’ATP ha ridotto a 16 partecipanti le qualificazioni dei tornei maggiori, significa che ogni settimana ci sono almeno 16 giocatori più forti nei Challenger, e di conseguenza 16 giocatori più forti anche nei Futures”. Ed è un bel problema, perché vincere meno partite significa incassare meno denaro. “Qui è così, per guadagnare qualcosa bisogna arrivare fra i primi 200. A questi livelli magari si riesce a non pagare l’attrezzatura grazie a qualche sponsor, ma di soldi non se ne vedono”. Secondo il sito ATP, nel 2015 ha incassato circa 13.000 dollari lordi, quando una stagione completa può arrivare a costarne oltre il quadruplo. Significa che il resto, con una Federazione che non lo può aiutare (“fanno il possibile, ma di soldi non ne hanno”), grava tutto sulle casse della famiglia. Come le rate del camper. Un investimento vincente? Per il momento solo coraggioso. Ma vuoi mettere tornare a casa ogni sera, in Francia, Spagna o Italia che sia?

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LO SVIZZERO CHE… PERDE

Marco Chiudinelli, classe 1981, è natpo a Basilea come Federer. Sono cresciuti insieme.

Marco Chiudinelli, classe 1981, è nato a Basilea come Federer. Sono cresciuti insieme.

[Articolo pubblicato sul numero di marzo 2016 di TennisBest Magazine]

A Pesaro l’ItalDavis ospiterà la Svizzera orfana di Federer e Wawrinka e guidata da un tipo brillante e con le idee chiare: «Sarà una mission impossible». La storia dell’amico (povero, ma non troppo) di RF.

«E l’altro chi è… Chiudinelli?», chiede ridendo Rino Tommasi, mentre il televisore della sala stampa del Palavela di Torino trasmette il doppio più lungo nella storia della Coppa Davis. Qualche minuto prima l’Italia il suo doppio l’aveva già vinto, contro la Croazia, e il giorno seguente sarebbe tornata a superare il primo turno del Gruppo Mondiale dopo quindici anni. Gli svizzeri, invece, quel match contro la Repubblica Ceca (e l’intero confronto) lo persero dopo 7 ore e 2 minuti da record, 24-22 al quinto set, che non sono 46 punti di un moderno long tie-break ma 46 giochi. Poco male: si sarebbero rifatti col titolo dell’anno successivo, grazie alla scelta di Federer e Wawrinka di unire finalmente le forze, facendo un regalo alla nazione, a se stessi e ai compagni, nati nel posto giusto, al momento giusto. Alleluja. Diecimila persona a Ginevra, grande festa, bandiere, sorrisi e nazionalismo a go go, ma poi ognuno per la sua strada. Alla parola “Davis”, Roger e Stan fanno orecchie da mercante, e quando vedono il loro paese in campo con un team da Serie B, probabilmente si voltano dall’altra parte: «Grazie, abbiamo già dato».

Così quando il capitano Severin Luthi ha digitato sul pc i quattro nomi da spedire all’ITF per l’imminente primo turno con l’Italia, dev’essergli scesa una lacrimuccia. Fuori Federer e Wawrinka, dentro Marco Chiudinelli (n.146), Henri Laaksonen (n.177), Adrien Bossel (n.344) e Antoine Bellier (n.678). Di top 100 neanche l’ombra, ma è ciò che passa il convento. Aspetti positivi? Per una volta, forse, Corrado Barazzutti ci risparmierà la frase fatta sull’imprevedibilità della Davis, alla vigilia di una sfida-passeggiata a Pesaro. Con tutto il rispetto del mondo (e pur con la defezione di Fabio Fognini, infortunato agli addominali) non si può aver paura della Svizzera di Chiudinelli, con quel nome dalle chiare origini italiane portato a Basilea dal nonno, emigrato dal Ticino nella Svizzera tedesca.

Tanti lo conoscono perché cresciuto sempre nell’ombra di Federer, meno per i suoi (pochi) risultati. Spiando nel suo profilo ITF i vari ranking di fine anno, c’è un solo raggio di sole. Anno 2009, quello del terzo turno a New York, la semifinale a Basilea e i quarti a Bangkok. Inizia la stagione al piccolo e scivoloso piolo 603, la chiude al bianchissimo gradino di marmo con sopra un 56 luccicante. Fanno cinquecentoquarantasette posti più su in meno di dodici mesi. Il resto, intorno, è poca roba: 387, 282, 479, 779, 178, 282 e altri numeri buoni giusto per la lotteria di paese.Perché un anno sì e gli altri nemmeno per sbaglio? Facile: «Infortuni». Vicino ai primi 100 nel 2005, crac alla spalla, operazione e 9 mesi di stop. Di nuovo 150 l’anno dopo: infortunio al ginocchio, operazione e altri 18 mesi fuori. «Ho ottenuto tanti ottimi risultati – racconta – ma mai con continuità perché ripartire più volte da zero è durissima. Il 2009 è stato il mio unico anno senza problemi e i risultati si sono visti». Poi è arrivato qualche fastidio alla schiena e bye bye top 100. Il messaggio che vuole trasmettere è chiaro: «Se sto bene il mio livello è quello, vicino ai primi 50, ma non sto bene quasi mai». Però negli ultimi mesi il suo tennis sta funzionando, dopo un’operazione al gomito aggiunta alla collezione clinica, sei mesi senza toccar la Wilson dorata e un paio per rimettere a punto gambe, colpi e fiducia.«Le pause hanno fatto male alla classifica, ma bene al mio corpo. Ho 35 anni ma mi sento freschissimo, sono felice di come sto giocando e sono qui per tornare fra i primi 100. Se riesco a star bene, quest’anno penso di avere una chance». Il prossimo, invece, potrebbe non esserci. «Vado avanti anno dopo anno. Nel 2015, se l’ennesimo rientro non fosse andato bene, ero pronto a smettere. Avevo delle opzioni per il futuro, dentro e fuori dal mondo del tennis. Invece ho deciso di giocare un’altra stagione. A settembre valuterò: se sarò numero 200 al mondo vorrà dire che è giunta l’ora di dire basta».

Girovagando per il suo sito ufficiale – sì, ha anche un sito ufficiale – balza all’occhio un diario curato torneo dopo torneo, con testi e fotografie, sin dal 2005, oltre dieci anni fa. «Ora – spiega – è abbastanza normale che i giocatori condividano la propria vita con le persone, mentre quando ho iniziato io, i social media ancora non esistevano. Mi sono adeguato, con Twitter e Instagram, ma sono ancora della generazione da homepage. Raccontare ai fans qualcosa della mia vita mi diverte, ma preferisco limitarmi agli aspetti professionali. Quelli privati li tengo per me». In campo Chiudinelli non è mister simpatia, ma parlando mostra lucidità e intelligenza, non proprio la caratteristica più comune ai globetrotter col borsone. È la persona giusta per fare il punto sulla situazione del tennis svizzero, dato che Federer e Wawrinka non giocheranno in eterno. Ricambi? «A quanto pare non c’è nessun grande campione in arrivo in tempi brevi, ma abbiamo delle donne che giocano molto bene. Cinque stagioni fa era l’opposto, difficile dire cosa succederà fra altri dieci anni. Penso che la Federazione stia facendo un buonissimo lavoro, con ottime persone. Lavorare bene è fondamentale, ma il campione nasce da una combinazione di fattori. Ci vuole anche un po’ di fortuna». Già. La Svizzera non è la Francia o la Spagna: è un paese piccolo, quindi un bacino di giocatori limitato da cui attingere per costruire il campione. E poi ce l’hanno già fatta due volte in tempi piuttosto recenti, mica è sempre festa. «Ma abbiamo comunque dei nomi interessanti, come Johan Nikles e Marko Osmakcic, due ragazzi che hanno seguito la nazionale come sparring in Belgio, lo scorso anno. La speranza è che dalla generazione dei 14enni possa saltare fuori un gran giocatore».

Chiudinelli la Davis la conosce come le sue tasche, non solo perché l’ha vinta tante volte quante Federer, Djokovic o Murray (cioè una) ma perché quella nelle Marche sarà la sua sedicesima apparizione in Nazionale, tante quante Fognini, per intenderci. La differenza è che di Fabio si ricorda la splendida vittoria con Murray sul lungomare di Napoli, di Marco la sconfitta insieme a Wawrinka dopo sette ore abbondanti, contro Berdych e Rosol. «Non ci ho dormito per due mesi», racconta col ghigno di chi vorrebbe scherzare, ma in realtà sta dicendo la pura e semplice verità. Quel match l’ha ferito moltissimo. Con Federer sul divano di casa, poteva finalmente essere lui al centro dell’attenzione, invece ha chiuso con un doppio fallo sul match-point e se lo ricorda benissimo. «Il lunedì successivo ho guidato per quattro ore da Ginevra fino a Bergamo, per il Challenger, pensando tutto il viaggio a quella sconfitta. Era un punto cruciale, saremmo andati sul 2-1, con chance di vittoria in entrambi i singolari della domenica. È stato comunque speciale essere parte di un record, ma solo il titolo dell’anno seguente mi ha fatto dimenticare quella sconfitta».

La Davis gli ha regalato anche qualche soddisfazione personale, sparsa in dieci anni, con sei vittorie in singolare e una in doppio. «Il titolo del 2014 è probabilmente il risultato più importante della mia carriera. Il 98% del merito è di Federer e Wawrinka, ma con Lammer ho vinto un doppio contro la Serbia, in parte abbiamo contribuito anche sul campo. E poi ricordo i successi contro Verdasco e Ferrer (la seconda a punteggio acquisito, nel 2007, anno di un altro doppio interminabile perso, n.d.r.), ma anche il mio match d’esordio: era il 2005 e lottai cinque set contro Schalken a Friburgo, c’era un’atmosfera splendida».

Difficilmente la ritroverà all’Adriatic Arena, dove il pubblico aspettava due top five, invece troverà lui più altri tre semi sconosciuti. Chiudinelli è onesto, sa benissimo a cosa vanno incontro. «Ci presenteremo con un team molto scarso per il World Group -, ammette senza giri di parole -.Contro gli italiani, sulla terra battuta, sarà una vera mission impossible». Ha ragione: in carriera, lontano dal veloce, lui ha combinato pochissimo, giusto un quarto di finale ATP e qualche match vinto qua e là. E pure Laaksonen – finlandese (come mamma) fino al 2011, svizzero (come papà) due anni dopo essersi trasferito da Hyvinkää alla più mite Bienne – gioca meglio sul duro. «Pur sfavoriti, avremmo avuto più chance in casa. In una giornata buona, su un campo veloce indoor, posso battere avversari di livello». Lui sì, l’ha dimostrato più volte. Ma gli altri? Laaksonen ha già fatto l’eroe lo scorso anno in Belgio, vincendo due singolari in 5 set contro Bemelmans e Darcis, ma i miracoli sono tali perché riescono una volta nella vita.

L’unico che poteva (forse) combinare qualcosa è Yann Marti: gran talento e braccio magico, ma poca costanza e ancor meno cervello. A Pesaro non ci sarà perché si è auto-escluso lo scorso anno, abbandonando i compagni a Liegi quando – pur senza Federer e Wawrinka – Luthi non l’ha scelto per i singolari del venerdì. Chiudinelli, infortunato, era comunque presente in veste di coach.«Marti ha fatto qualcosa di molto deludente. A livello di ranking partivamo nettamente sfavoriti, ma credevamo comunque di avere qualche chance, specialmente restando molto uniti. E infatti siamo arrivati sul 2-2. Marti non la pensava come noi e se n’è andato. Una storia triste, non mi va di parlarne».

Pare invece che l’abbia fatto molto animatamente con il diretto interessato. Anche se Wikipedia non va mai presa come legge, la scheda di Marti dice che dovrebbero essere venuti alle mani.

La vita di Chiudinelli, dentro ma anche fuori dal campo, è indissolubilmente legata a Federer, quell’ombra gigante che lo accompagna sin da bambino e non gli ha mai permesso di brillare di luce propria. Nemmeno quando nel 2009 ha vinto il premio dell’ATP per il Comeback of the Year. Da chi gliel’hanno fatto consegnare? Roger. Entrambi di Basilea, nati a un mese di distanza l’uno dall’altro e cresciuti con le stesse ambizioni. Solo che poi uno ha vinto 17 Slam, l’altro tre Challenger, l’ultimo la scorsa settimana a Wroclaw, Polonia. «La sua presenza è positiva. Senza Roger e Wawrinka io sarei stato numero uno di Svizzera per dieci anni, ma chi lo segue uno sport in cui il migliore del suo paese è 100 al mondo? Tutti i giocatori di seconda fascia hanno beneficiato della presenza di Roger, che ha reso il tennis così popolare. Non possiamo che essergliene grati», dice mentre sbircia l’ora sul suo G.Gagnebin&Cie, brand di orologi che non solo l’ha preso come testimonial, ma gli ha addirittura dedicato un’edizione limitata col suo autografo (!) sul quadrante. Conferma ciò che ha appena detto: prima che Federer mettesse d’accordo 26 cantoni a suon di trionfi, uno che fra i top 100 ci è passato giusto un annetto avrebbe mai fatto il testimonial di qualcosa? Nell’euforia post-Davis è successo anche questo. Dunque grazie Roger, di nuovo.

In rete su di loro se ne leggono di tutti i colori: da piccolissimi hanno giocato insieme a calcio, si sono iscritti al Tennis Club Old Boys di Basilea prendendo insieme la prima lezione, erano le pecore nere del gruppetto d’allenamento, hanno avuto lo stesso maestro, viaggiato insieme per anni, diviso gli stessi allenatori, gioito e pianto insieme, giocato a ping-pong, squash e tanto altro.

E tutt’ora talvolta escono insieme, magari per andare allo stadio a tifare Basilea. Ma sul loro rapporto personale, Chiudi preferisce non schiarirci troppo le idee. Alla prima domanda taglia corto: «Roger è un amico d’infanzia, come ne ho tanti altri», alla seconda chiude. C’è da capirlo, chissà quante volte le sue interviste sono virate sul tema Federer. Ormai è preparato, sembra che aspetti solamente la domanda per poi recitare il classico«I’m here (al Challenger di Bergamo, n.d.r.) to play the tournament, not to speak about Roger». Ok, pardon.

L’intervista è finita. L’assegno-premio di 1.6 milioni di euro per la vittoria in Davis, gentile omaggio del ‘gemello buono’ che invece di tenersi tutto (o quasi) per sé ha deciso di lasciarlo ai compagni, l’ha reso uno dei mai-top-50 più ricchi di sempre. Ma non è bastato per sanare un complesso d’inferiorità lungo oltre vent’anni. RF pesa troppo, da sempre e per sempre. Come quell’amico d’infanzia che fra i banchi di scuola era indisciplinato proprio come te, ma oggi ha un lavoro migliore, una famiglia felice e una qualità della vita nettamente superiore. Mentre tu, solo, stai ancora aspettando il treno giusto. Quello che da Pesaro non passerà mai.

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NEL RANKING ATP A (QUASI) 38 ANNI

Jonata Vitari, lecchese classe 1978 - Foto Panunzio

Jonata Vitari, lecchese classe ’78 – PANUNZIO

[Articolo pubblicato su TennisBest il 16 marzo 2016]

Quella del lecchese Jonata Vitari sembra una favola. Buon seconda categoria, provò a fare il “pro” dopo il servizio militare, poi ripiegò sull’insegnamento. Ma a 37 anni entrerà per la prima volta nel ranking ATP, in maniera del tutto rocambolesca.

Per un tennista, il primo punto ATP è sempre qualcosa di magico. Garantisce l’ingresso nella classifica ATP, permette di affiancare al nome un numero, e costruirsi così una sorta di identità internazionale. Per tanti è stato un punto di partenza, per altrettanti un punto d’arrivo, per altri ancora è un’ossessione da inseguire per anni e anni, in giro per il mondo settimana dopo settimana. Nella storia del circuito, il ranking ha accolto varie migliaia di giocatori (al momento hanno punti in 2261: da Novak Djokovic a Tinotenda Chanakira dello Zimbabwe), ma in pochissimi, o forse nessuno, possono dire di aver conquistato il primo nello stesso modo capitato una decina di giorni fa a Jonata Vitari. Il lecchese non dimenticherà mai il 21 marzo 2016: a 37 anni suonati entrerà per la prima volta nel ranking ATP, lui che il professionismo l’ha assaggiato appena, negli anni novanta. Terminato il servizio di leva ci provò per un paio di stagioni, ma rinunciò quasi subito e senza mai nemmeno avvicinare la classifica mondiale. “Al tempo – racconta – era tutto molto più complicato. Non c’erano ancora i Futures, quindi bisognava giocare i tornei Satelliti, ma significava stare lontano da casa tre o quattro settimane consecutive. E poi la mia vocazione è sempre stata per l’insegnamento”. Così, una volta abbandonate le ambizioni internazionali ha iniziato a lavorare come maestro in vari circoli della sua zona, tenendosi in forma con qualche torneo Open in Lombardia. Spesso i risultati gli han dato ragione, tanto che ha raggiunto la classifica nazionale di 2.2, ma non ha più pensato di cimentarsi nel circuito “pro”.

DA UN 2.7 AL RANKING ATP
Nella sua activity sul sito dell’ITF figurano giusto una manciata di apparizioni in doppio, dal 2012 in avanti, più l’esordio in singolare dello scorso maggio, quando il suo TC Lecco (dove lavora ed è tesserato) l’ha omaggiato di una wild card per la prima edizione del Futures di casa. Perse 6-0 6-1 contro Alessandro Bega, e sembrava dovesse aspettare altri dodici mesi per riprovarci. Invece no, perché il nuovo Futures dello Sporting Club Milano 3, disputato la scorsa settimana, gli ha regalato un cammino dai contorni della favola. Con la differenza che di inventato non c’è propria nulla. Tutto è iniziato quando, per lanciare l’evento che a dieci anni dalla morte del Challenger ha riportato il tennis internazionale a Basiglio, l’ex professionista Marco Crugnola (che dopo aver appeso la racchetta al chiodo ha aperto una società che organizza anche tornei) ha pensato a un rodeo Open che mettesse in palio due wild card: una per il tabellone principale e l’altra per le qualificazioni. Vitari l’ha saputo e ha deciso di partecipare.“Mi sono iscritto ma senza particolari ambizioni, giusto per giocare qualche partita”. Per un soffio non è rimasta una sola, quando al primo turno ha annullato quattro match-point al giovane 2.7 Gabriele Bosio, chiudendo 11-9 il tie-break del set decisivo. Oppure solo due, dato che nel turno seguente ha vinto 4-5 5-3 5-4 contro il 2.6 Luca Massimo, anche qui con due match-point salvati. Poi, in maniera del tutto inaspettata, ha messo il turbo: 4-0 4-0 in semifinale, 5-4 4-0 in finale, titolo e wild card conquistata.

MAI NESSUN ITALIANO COME LUI
Di conseguenza, Vitari si è ripresentato nove giorni dopo, per giocare quella che era solamente la sua seconda partita internazionale di sempre in singolare. “Mi sono detto: ‘andiamo e vediamo cosa succede’. L’ho presa come un divertimento”. Non poteva immaginare che avrebbe giocato una delle migliori partite della sua vita, nella “classica giornata di grazia”. Contro Francesco Borgo (un altro dalla storia del tutto particolare) ha vinto i primi otto game, salendo 6-0 2-0, poi è arrivata un po’ di tensione ma ce l’ha fatta comunque: 6-0 6-4, pugno al cielo e punto ATP in cascina. Significa che il prossimo lunedì (i punti dei tornei Futures vengono assegnati con una settimana di ritardo) entrerà per la prima volta nel ranking mondiale, a 37 anni, 9 mesi e 6 giorni. A livello internazionale non è un record di longevità: nel 2012 il giapponese Yu Takahashi (per citarne uno) ce l’ha fatta a 42, dopo mille tentativi, ma in Italia mai nessuno era entrato in classifica più tardi del tennista di Pescate, comune di poco più di duemila anime nella provincia di Lecco, sulle sponde del piccolo lago di Garlate. “Avere un punto ATP non mi cambia la vita, continuerò ad allenare i giovani come ho sempre fatto. Ma non nascondo che è comunque una soddisfazione incredibile: il coronamento di un percorso lunghissimo iniziato quasi 20 anni fa”. Su per giù, dal 21 marzo troverà il suo nome alla posizione numero 1900, insieme ad altri 120 giocatori come lui. Anzi no, tutti nettamente più giovani. E a 37 anni suonati non è affatto un dettaglio.

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