RACCHETTA O PALLONE?

Un messaggio che andrebbe affisso, in 10/12 copie, in ogni campo di calcio

Sabato sera, al compleanno di un amico, si parlava di sport, e quindi, ovviamente (purtroppo) di calcio. Dopo averne sentite di cotte e di crude sul fatto che gli stipendi dei calciatori siano giusti “perché sono dei privati a riconoscerglieli e quindi a noi non deve interessare se uno vuole dare 20 milioni a Ibrahimovic”, uno dei più intelligenti del gruppo se n’è uscito con una frase che mi ha fatto riflettere. “Non è poi così sbagliato che prendano tanti soldi, perché in fondo il calcio è lo sport in cui è più difficile emergere. Io sono sicuro che se da piccoli tutti avessimo giocato a golf, per fare un esempio, ora almeno tre di noi (eravamo una ventina) sarebbero ad alti livelli”. Ovviamente ha esagerato sapendo di farlo, ma il concetto rimane tale, e gli amici calciofili non hanno esitato nel dargli ragione, forse semplicemente perché nessuno di loro, pur avendo dedicato 15 anni di vita al calcio spinti da padri che credevano di avere in casa il nuovo Maldini, è riuscito ad andare avanti. Purtroppo non si rendono nemmeno conto di ciò che dicono, ma la colpa non è esclusivamente loro, e nemmeno dei padri, bensì dell’ambiente in cui viviamo. Quello del pallone viene visto come fosse uno sport pulito, educativo e di sani principi, quando è più falso e antisportivo di qualsiasi altra cosa, e i calciatori vengono ammirati quasi fossero delle divinità irraggiungibili, mentre sono persone normalissime, solo più brave di altre nella loro disciplina. E non lo dice uno che sino a oggi ha seguito solo il tennis, lo dice uno che fino a 16 anni giocava e conosceva esclusivamente il calcio, e si ritiene parecchio fortunato per aver scoperto che c’è di (molto) meglio.

Ma purtroppo siamo nel periodo del “non mi interessa se vendono le partite, a me piace lo stesso”, quindi non ci possiamo aspettare poi più di tanto. Basti pensare alla gente che si è lamentata per gli assegni dati ai medagliati azzurri delle ultime Olimpiadi (la gran parte dei quali si mantiene a malapena con lo sport che fa, pur essendo sul tetto del mondo), mentre nessuno ha fatto una piega per i premi conferiti ai plurimilionari della nazionale di calcio, arrivati secondi agli Europei e poi ricevuti pure dal Presidente della Repubblica. Sempre in questo senso, mi ha fatto parecchio ridere, durante gli Europei di calcio, sentire Fabio Caressa (alias l’italiano medio per eccellenza) pronunciare la frase “queste sono emozioni che solo il calcio sa regalare”. Già, proprio il calcio, in cui gli uomini veri sono tre o quattro, mentre gli altri sono tutti dei mercenari che vanno dove tira il vento, dicendo di aver sognato sin da bambino di poter un giorno giocare nel XXXXXXXX (inserire il nome della società preferita). Dimostra che uno dei giornalisti di calcio più amati (forse addirittura il più amato) non conosce un cavolo di sport, e l’ha confermato pure alle Olimpiadi. A Sky gli han fatto commentare il nuoto, e lui, da unico conoscitore della realtà universale, si è lanciato senza alcun timore in giudizi tecnici che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi, togliendo spesso la parola al suo compagno di microfono Domenico Fioravanti. Uno che, per chi non lo sapesse, prima di doversi ritirare per un problema cardiaco un paio di medaglie d’oro le ha vinte pure ai Giochi (oltre che in altre svariate competizioni), ed è probabile che di nuoto ne sappia qualcosina in più di Caressa. Se gli esempi sono questi, dunque, è difficile che venga fuori qualcosa di buono.

Amir Weintraub, 26 anni, esulta dopo la doppia impresa firmata contro il Giappone in Coppa Davis

Tornando al discorso di prima, e delle presunte difficoltà a emergere nel calcio (in cui però ci sono dilettanti che a giocare in Eccellenza guadagnano di più di alcuni campioni Olimpici), mi è venuto in mente il tennista israeliano Amir Weintraub. Numero 223 del mondo, nello scorso week-end quest’ultimo si è reso assoluto protagonista in Coppa Davis, regalando alla sua nazione i due punti che sono valsi la vittoria contro il Giappone, e la conseguente permanenza nel World Group. Dopo aver battuto Tatsuma Ito (67 Atp) nella giornata inaugurale, ieri – nel giorno del suo 26esimo compleanno – Weintraub ha fatto fuori anche Go Soeda (53 Atp), chiudendo il singolare decisivo malgrado un problema (presunto stiramento) al braccio destro. Uno che non aveva mai battuto un top 100 in vita sua ne ha superati due in tre giorni, compiendo un’autentica impresa da Coppa Davis, che nel suo paese ricorderanno a lungo.

Ma a questo punto vi chiederete, perché proprio Weintraub? Un motivo c’è, e ve lo spiego subito. Qualche tempo fa il giocatore israeliano ha detto che molto probabilmente avrebbe smesso con l’attività internazionale, stanco di perdere soldi, per dedicarsi ai campionati a squadre, in cui le spese sono tutte a carico delle società, e le entrate sono garantite anche in caso di sconfitta. Già, perché nel tennis per guadagnare bisogna vincere, anche se ti chiami Roger Federer, ed è proprio per questo che emergere è molto ma molto più difficile che nel calcio e in altri sport. Il caso di Weintraub parla chiaro. Numero 200 della classifica Atp, ma numero due nel suo paese e capace di trascinarlo nella competizione a squadre più importante del mondo, rischia di dire addio ai tornei perché invece di guadagnare soldi li perde. Ed è il numero 200, il 200esimo tennista più forte del mondo. E se non guadagna il numero 200 del mondo, proviamo a pensare a tutti quei professionisti che se lo sognano di arrivare fra i primi 200. Come se la passa invece il 200esimo calciatore del mondo? Vero, ci sono più professionisti e il paragone va quindi allargato, ma sono certo che anche il numero ventimila, in un’ipotetica graduatoria, di soldi ne guadagna eccome e non se lo sogna nemmeno di smettere.

Insomma, ditemi che è bello, sano, genuino, divertente, onesto, e tutte le cavolate che vi pare, ma non paragonatemi le difficoltà (???) del calcio a quelle degli altri sport, specialmente individuali. Nello sport del pallone ci sarà maggiore concorrenza, perché i praticanti sono tantissimi, ma se uno ha le qualità per diventare professionista ci riesce, perché di tasca sua ci rimette forse qualche centinaia di euro, e i soldi si guadagnano giocando. Nel tennis invece si guadagna vincendo, e giocare con in testa il timore di andare in rosso in caso di sconfitta sicuramente non è il massimo. Se un giocatore non ha abbastanza soldi per mantenersi cinque/sei anni di attività internazionale, forte o meno che sia, non potrà mai vivere di tennis.

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