MA UN PO’ DI EQUILIBRIO NEI GIUDIZI?

Fabio Fognini, sconfitto in finale a San Pietroburgo

Quella che poteva diventare una giornata storica per il tennis italiano, con due azzurri in finale nei tornei del circuito maggiore per la terza volta nell’era Open, ci ha lasciato con un pugno di mosche in mano. È andata male, peggio del previsto, e questo nessuno lo nega. Ci vorrebbe però un po’ di equilibrio nei giudizi, sia in positivo che in negativo. Dopo le semifinali di ieri sembrava di aver a che fare con due fenomeni della racchetta, dopo la finale di oggi con due m***e. Non è giusto. È da stupidi esaltare troppo le vittorie, come è da stupidi fare l’esatto contrario dopo una sconfitta. Non è certo mia intenzione trovare delle attenuanti per Fabio e Andreas, che avrebbero sicuramente potuto fare di più, ma non vedo come le brutte prestazioni odierne possano cancellare due ottimi tornei. È vero, i nostri hanno raccolto otto giochi in due e non sono arrivati alle due ore complessive, ma è pur sempre meglio perdere nettamente in finale che farlo in maniera combattuta due turni prima. In Italia la gran parte degli appassionati ha il brutto vizio di dimenticarsi, al primo passo falso, tutto ciò di buono che è stato fatto in precedenza, e di prendersi (quasi fosse un dovere) il diritto di criticare a piacimento. Va bene, è un paese libero in cui ognuno ha il diritto di dire e pensare quello che gli pare, ma un po’ di buon senso non guasterebbe lo stesso.

Dopo una settimana abbondante di terra rossa, credo che nessuno avrebbe gridato alla disfatta in caso di una sconfitta di Fognini sia con Kamke che con Stakhovsky, due che sul veloce – seppur poco veloce – sono dei clienti scomodi (tanto che il secondo questo torneo in passato l’ha pure vinto). Invece Fabio ha superato entrambi, e ha poi fatto lo stesso anche contro Bautista-Agut e Gimeno-Traver, giocatori completamente alla sua portata, ma comunque da battere. Insomma, raggiungendo la finale non ha fatto nulla di eccezionale, ma già l’aver sfruttato un tabellone favorevole non è affatto cosa da poco. Quante volte in passato ha avuto la possibilità di arrivare in fondo nei tornei ma se l’è lasciata sfuggire? A memoria direi almeno una manciata (se non di più), e già l’esserci riuscito (e per di più sul veloce al coperto) è secondo me un bel passo avanti. Poi oggi, complice il problema al piede, non è mai entrato in partita, e ha così fallito un’altra importante opportunità. Ma, almeno in questa occasione, non è il caso di crocifiggerlo. Qualcuno ha scritto che avrebbe potuto provarci lo stesso, ma senza sapere la reale entità del problema è difficile dare giudizi. Secondo me fare qualcosa in più non gli sarebbe costato nulla, ma il fatto che non ci sia riuscito significa che evidentemente non ne era in grado. Noi possiamo dire tutto quello che ci pare, ma in campo non ci andiamo. E le sensazioni del campo sono ben diverse rispetto a quelle che si vedono da fuori, tribuna o televisione che sia.

Discorso diverso invece per Seppi, che con uno Tsonga come quello di oggi la possibilità di vincere non ce l’aveva proprio, e non vedo quindi come lo si possa criticare. Quando il francese gioca al massimo, specialmente sul veloce, è di un’altra categoria rispetto all’azzurro, sia perché è superiore in praticamente tutti i colpi, sia perché può disporre di un numero maggiore di soluzioni. Non per questo è normale che Andreas ci perda in appena 50 minuti e senza mai rendersi offensivo in risposta, ma qualche passo falso, all’interno di una stagione ben al di sopra di ogni più rosea aspettativa, glielo si può permettere. Ha raggiunto la terza finale Atp in cinque mesi (la prima indoor in carriera) battendo due giocatori di qualità indiscussa come Florian Mayer e Gael Monfils, e si è portato nuovamente a un passo dal proprio best ranking. Cosa gli si può dire se non bravo?

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