ON THE ROAD – ATP WORLD TOUR FINALS

La media lounge dell’02 Arena – Foto Zanettin

Ebbene sì, anche quest’anno ho optato per una bella trasferta in chiusura di stagione. Dopo la più che positiva esperienza del 2011 a Siviglia (per la finale di Coppa Davis Spagna-Argentina), questa volta ho scelto le Atp World Tour Finals di Londra, manifestazione che sin dalla prima edizione mi ha sempre affascinato particolarmente. E, dopo aver seguito il torneo dal primo all’ultimo giorno (come inviato di Tennis.it e Tennis Oggi), devo dire di non essermi sbagliato. Sono arrivato nella capitale inglese il lunedì mattina (giorno d’inizio delle gare), dopo un paio d’ore di volo Orio Al Serio-Stansted e una quarantina di minuti di taxi, nei quali l’autista ha momentaneamente assunto i panni di mia nonna quando non mi vede da più di 48 ore, tempestandomi di domande e fregandosene spesso (e volentieri) delle risposte. Fortunatamente il viaggio d’andata è filato liscio, sia perché causa coda infernale al casello di Bergamo ho pure pensato di perdere il volo, sia perché all’atterraggio non c’è stato il disgustoso e tipicamente italiano applauso, una fra le cose più inutili che umana memoria ricordi. Ciò che mi ha maggiormente stupito nel corso della settimana è stato l’ottimo trattamento riservato alla stampa, sia dal punto di vista umano (“goodmorning sir” e “goodnight sir” a ogni accesso/uscita non sono cose da poco) che da quello dei servizi. Come non citare infatti lo splendido media centre, con una quantità incredibile di desk e tre maxi-schermi sui quali seguire le partite, e la poco distante media lounge, un’enorme sala bar (con ristorante annesso) interamente dedicata a giornalisti e fotografi. Un ambiente tipicamente inglese, con luce fioca, l’immancabile moquette a terra e un arredamento che avrebbe fatto svenire ogni fan dei Beatles, ovvero dischi e chitarre autografati, quadri e ogni genere di cimelio possibile e immaginabile sulla storica band d’oltremanica.

O2 Arena in versione ‘notturna’ – Foto Zanettin

Servitissimo il bar, con (grazie a dio) caffè italiano, e ottimo il ristorante. Anche se dopo una serie infinita di zuppe varie e spezzatini, spezzatini e zuppe varie (a volte con aspetti piuttosto ambigui), negli ultimi giorni abbiamo quasi sempre optato per mangiare da altre parti. Parlo al plurale perché a Londra non ero da solo, ma con il fotografo Roberto Zanettin, anch’egli accreditato per Tennis Oggi e mio compagno di camera. Ma si parlava di cibo, e a tal proposito mi ha stupito il fatto che la gran parte dei locali/ristoranti – per non dire tutti – chiuda alle 23, e che i tanto diffusi cheeseburger (e compagnia bella) siano pessimi nella gran parte dei casi. Solo in un posto, uno dei tanti all’interno dell’O2, siamo riusciti a trovarne uno molto buono, che non a caso si è meritato una foto. Insieme a una birra è costato qualcosa come 20 euro (in Inghilterra è tutto carissimo), ma direi che ne è decisamente valsa la pena. Se vi state chiedendo come fanno a esserci tanti ristoranti dentro a un arena ve lo spiego subito, se non ve lo state chiedendo ve lo spiego lo stesso, se già lo sapete idem. L’O2 Arena è infatti solo una parte di una sorta di centro commerciale denominato O2, che oltre al ‘palazzetto’ ha al suo interno pub, tanti ristoranti, qualche negozio, e anche un cinema e un paio di piccole discoteche. Ma, come è facile da capire, il fiore all’occhiello della struttura (nonché la parte a cui tutte le altre ruotano attorno) è lo stadio. Un impianto da 17.800 posti, che ha fatto registrare il tutto esaurito in sei occasioni, ospitando più di 17mila spettatori in tredici delle quindici sessioni di gara. Una struttura a dir poco spettacolare, impressionante quando piena, ancor di più quando vuota. E si vede bene dappertutto, persino nella ripida ‘piccionaia’, sconsigliata dall’organizzazione a chi soffre di vertigini. Insomma, lo stadio ideale per creare un’atmosfera affascinante, unica nel suo genere e curata in ogni dettaglio. A volte non sembra di essere a un incontro di tennis, ma sul set di un film, con il campo illuminato e le tribune buie, luci che vanno e vengono e una bella coreografia prima di ogni incontro. Non è un caso, insomma, che i responsabili del title sponsor Barclays abbiano deciso di allungare fino al 2015 la partnership con l’Atp, malgrado a livello finanziario non navighino nell’oro.

Il cioccolatino offertomi da Novak Djokovic. Se qualcuno lo desiderasse si accettano offerte. Sempre se lo trovo ancora…

Ma veniamo al torneo, vinto da Novak Djokovic al termine di una finale molto piacevole contro Roger Federer. Non ho mai amato particolarmente il serbo, e non mi fa impazzire il suo modo di giocare, ma devo ammettere che mi ha impressionato. Per carità, non che mi aspettassi fosse scarso (non si vincono cinque tornei del Grande Slam per caso), ma a livello di consistenza in campo non ha eguali. Dà l’impressione di poter scambiare all’infinito senza mai sbagliare, e nei punti importanti ha sempre fatto la differenza. Mi è piaciuto in campo, ma mi è piaciuto anche fuori. E non solo perché dopo la semifinale ha distribuito cioccolatini fra i giornalisti per ringraziare della collaborazione avuta quest’anno (a onor di cronaca il mio era leggermente sciolto), ma perché ha proprio l’aria di un bravo ragazzo. La stessa di Juan Martin Del Potro, un altro che a Londra ha saputo davvero far vedere grandi cose. Già a Siviglia mi era parso ormai (o forse dovrei dire di nuovo?) al livello dei migliori, ma poi la sua stagione non mi ha dato ragione. Tuttavia questa volta mi è piaciuto ancor di più, e in questo caso sono pronto a sbilanciarmi. Se riuscirà a trovare ancora un pizzico di resistenza in più, il prossimo anno sarà da tenere in considerazione anche per i tornei del Grande Slam. Sia contro Federer nell’ultimo match del round robin, che contro Djokovic in semifinale (prima di finire la benzina) ha giocato a un ritmo elevatissimo, servendo sempre in maniera impeccabile (e fortissimo) e facendo una miriade di punti con il suo diritto. Seduto dietro di me (anche se in realtà il mio posto sarebbe stato in piccionaia, ma gli inglesi ‘si fidano’ e quindi mi sono sempre posizionato nella tribuna stampa più vicina a campo e press room) c’era in entrambi gli incontri Gianni Clerici, e vi posso assicurare che pure uno come lui (che un po’ di tennis l’ha visto) faticava a credere all’intensità di gioco espressa da ‘Delpo’.

Roger Federer in conferenza stampa

Chi invece mi è piaciuto meno è David Ferrer. Parliamoci chiaro: lo apprezzo da morire (e voglio vedere chi non lo fa) per i risultati che ha saputo raggiungere, ma fuori dal campo mi ha lasciato perplesso. Già mi era un po’ scaduto quando lo scorso anno a Siviglia mi negò un polsino (che gli chiesi per regalarlo a un amico suo tifoso), ma il peggio di sé l’ha dato nelle conferenze stampa in inglese. Parole inventate di sana pianta e risposte che non c’entravano una mazza con le domande. Sembrava un ragazzino delle medie all’interrogazione d’inglese. Per fare in modo che nessuno si accorgesse che non sapeva rispondere alla domanda (perché non l’aveva capita) ci girava intorno all’infinito, parlando con una pronuncia da manovale e inserendoci una ventina di ‘you know’, finché l’intervistatore non abbassava lo sguardo e gliela dava vinta. Fortunatamente in un paio di casi ha avuto la brillante idea di chiedere la traduzione in spagnolo al moderatore dell’intervista, in modo da poter almeno capire di cosa si stessa parlando. E sì che gioca nel circuito maggiore da ormai dieci anni… Ben diverse, invece, le conferenze stampa di Federer, perfetto in campo (davvero impressionante, vista da pochi metri, la sua volée), quanto nelle interviste. Si districava senza problemi fra inglese, tedesco e francese, tutte parlate alla perfezione e in maniera molto fluente. Un campione, insomma, non è tale solo dentro al rettangolo di gioco. Chiudo l’argomento giocatori con una menzione all’arguzia tattica del minuto Marc Lopez, che tira a trenta all’ora e va a rete in doppio una volta ogni quindici punti, ma sa trovare angoli e soluzioni tutt’altro che comuni (non a caso ha vinto il torneo malgrado un compagno tecnicamente da rivedere).

Un serissimo Ivan Lendl firma autografi

Un’altra cosa che mi ha stupito è la grande presenza di italiani. Ogni giorno capitava di vederne più di uno, con accenti provenienti da ogni parte del nostro paese, a dimostrazione di come in Italia il tennis stia tornando sempre più popolare. Ovviamente tanti avranno sfruttato l’occasione per fare un viaggio a Londra, ma il fatto che siano anche andati alle Finals è secondo me abbastanza significativo. Poi, ovviamente, ci sono anche quelli capitati lì per caso, come due ragazzi incontrati ai campi d’allenamento, dove sono arrivato un pomeriggio, mentre stavo girovagando senza una meta nei dintorni dell’Arena. Hanno scoperto all’ultimo del torneo, e di tennis ne sapevano ben poco, ma han comunque deciso di andare a farci un giro. In quell’occasione ho anche avuto modo di vedere Ivan Lendl, che attendeva Andy Murray per una sessione d’allenamento. Prima di entrare in campo l’ex campione ceco ha firmato autografi a una ventina di bambini, senza mai abbandonare la sua solita imperturbabile serietà (ma, che ci crediate o meno, l’ho anche visto ridere). Una volta mollato il pennarello ha impugnato la sua fida Bosworth, scambiando per una decina di minuti con un ragazzo sulla trentina di cui ancora mi sto chiedendo l’identità. Sono certo di averlo già visto, ma non sono proprio riuscito a capire chi fosse. Un altro incontro illustre, anche se in un posto decisamente meno nobile (sì, proprio il bagno, io uscivo e lui entrava) è invece avvenuto con Boris Becker, che già nei giorni precedenti avevamo pizzicato a guardare le partite dalla tv negli uffici del title sponsor, senza scarpe e con i piedi sulla scrivania (vedere per credere). Non ho avuto modo di scambiarci due chiacchiere, ma potrò pur sempre raccontare ai nipotini di aver pisc.. ehm svolto i miei bisogni prima di uno che ha vinto sei tornei del Grande Slam…

La zona adiacente alla stazione ferroviaria di Peckham Rye

Altre cose da dire della settimana? Non me ne vengono in mente troppe, ma qualcuna sì. In primis che non ho visto una virgola di Londra, girata solo al mercoledì mattina in taxi/autobus/treno/metrò per andare e tornare dalla sede della Nikon (a Kingston), dove Zanettin ha portato in riparazione la fotocamera brillantemente rotta il giorno precedente. Merita poi una citazione anche il quartiere in cui avevamo l’hotel, ovvero a Peckham, una zona ben collegata all’Arena e raggiungibile in poco più di mezz’ora con due autobus (in servizio 24 ore su 24), ma piuttosto malfamata. Avete presente le tipiche persone inglesi alla Carlo e Camilla? Londra è piena, ma a Peckham non ne ho vista mezza. Tanti invece i volti sospetti, di gente che fissava in continuazione noi e le nostre borse. Basti pensare che l’ultima sera (o forse dovrei dire notte visto che era l’una) ci siamo fermati a prendere la cena da un minuscolo take-away situato vicino all’hotel e gestito da un gentilissimo signore straniero, che mentre uscivamo ci ha raccomandato di mettere via bene i soldi “perché a Peckham gira solo brutta gente“. A leggere qua e là (stupidi a non averlo fatto prima) abbiamo poi scoperto che è un quartiere famoso per droga, gangs e sparatorie, e stando a quanto si trova su internet pare proprio una fortuna che non ci sia successo nulla. Anche se uscendo sempre a metà mattina (in una confusione talvolta simile a quella dei mercati orientali) e tornando la sera tardi – di tempo in zona ne abbiamo trascorso ben poco. In ogni caso è stata comunque una gran bella settimana, e salvo sorprese penso proprio che tornerò alle Finals anche il prossimo anno. Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe anche andare a qualche altro torneo. Magari a uno Slam, magari a Wimbledon, anche se è ancora presto per pensarci. Intanto con questa trasferta è terminata la mia collaborazione con Tennis.it e Tennis Oggi, che durava ormai da quasi tre anni. Qualche piacevole soddisfazione me la sono tolta, ma era giunto il momento di cambiare aria. Ovviamente ci sono delle belle novità in vista, ma non è ancora tempo per parlarne. Saluti!

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5 risposte a ON THE ROAD – ATP WORLD TOUR FINALS

  1. Andrea ha detto:

    Caro Marco, per il ciccolatino di Nole ti offro una cena in quel di Firenze, anche se la location la sceglierò io, dopo i pasti inglesi ho paura che tu sceglieresti il ristorante più caro della città cazzo! Comunque davvero Delpo ha la faccia da bravo ragazzo? A me ricorda Wolverine degli X-Men e non era proprio uno dalla faccia accomodante diciamo….;)
    Comunque complimenti per il lavoro svolto, la prossima volta mi fingo fotografo e t’accompagno io eheheh

  2. Consigliere Pierre ha detto:

    BRAVO MARCO…bel resoconto con appunti inediti!!
    Ci siamo conosciuti diversi anni fà quando ero addetto stampa del Challenger di Genova!!

  3. Marco Caldara ha detto:

    @ Andrea – In effetti hai già capito tutto, portarmi a cena è una spesa non indifferente!
    @ Pierre – Grande! Mi ricordo benissimo di te, ho ancora il tuo biglietto da visita…

    Un saluto a entrambi!

  4. Adrian90 ha detto:

    Complimenti per l’articolo!
    Volevo chiederti una cosa: in cosa non ti ha convinto Granollers?

  5. Marco Caldara ha detto:

    Ti ringrazio. Come scritto, Granollers non mi è piaciuto dal punto di vista tecnico. Riesce a essere efficace perché è un grande agonista, ma diciamo che a livello di tocco di palla ne ho visti di migliori… Tutto qua. Alla prossima!

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