ALTA PRESSIONE

[Intervista pubblicata sul numero di marzo 2014 della rivista Il Tennis Italiano]

Avere tanti occhi addosso è piacevole ma stancante… devo imparare a conviverci. A parlare è Gianluigi Quinzi, il 18enne marchigiano ormai da anni definito ‘il futuro del tennis italiano’. Come tutti i colleghi spera di arrivare un giorno fra i primi dieci della classifica, ma non si pone obiettivi a breve termine. E su una possibile convocazione in Davis dice: “Non spetta a me decidere. Io posso solo impegnarmi al massimo e sperare che arrivi il prima possibile”.

Da quando ha vinto Wimbledon juniores, il suo nome è sulla bocca di tutti gli appassionati. In Italia, ovunque va Gianluigi Quinzi passa tutt’altro che inosservato: tutti lo guardano e tanti lo desiderano, per un’intervista, una foto o un autografo. Tuttavia, la prima posizione del ranking under 18 e la vittoria sui prati di Church Road hanno chiuso un ciclo, i mesi successivi ne hanno aperto uno tutto nuovo, che nel 2014 inizierà a dare le prime risposte. Il bello viene proprio ora. Fresco della maggiore età, ‘GQ’ sta provando a giocare con continuità a livello Challenger, fra i professionisti veri, con tutte le difficoltà del caso. Una dimostrazione importante è arrivata dagli Internazionali di Bergamo, dove l’azzurro ha ottenuto una wild card per il primo torneo italiano da 2014, e ricevuto un’accoglienza da vera star. È arrivato il giovedì, il giorno successivo è stato ospite della conferenza stampa della vigilia, e il sabato ha prima accolto dei giornalisti in hotel, e poi presenziato in un negozio specializzato della città a un piccolo evento a lui dedicato, concedendosi ai fan per un’oretta. Cose che a un ragazzo della sua età capitano raramente, ma con le quali sta imparando a convivere. Con la solita parlata veloce e un po’ confusa da ragazzino, Gianluigi spende parole d’amore per tutti coloro che gli stanno o sono stati a fianco, dal primo maestro Antonio Di Paolo fino all’attuale coach Eduardo Medica, passando per Nick Bollettieri ed Eduardo Infantino, ma sa che ora dipende soltanto da lui. Deve cercare di rimanere sereno, con i piedi per terra, e ridimensionare tutto ciò che gli sta attorno. Nel 2014 si troverà spesso di fronte giocatori più grandi ed esperti di lui, che lo batteranno pur non essendo necessariamente più forti, ed è in quel momento che si capiranno le reali possibilità per il futuro del nostro enfant prodige. Dovrà reagire da persona matura, imparando dai suoi errori. Proprio come è sicuramente avvenuto dopo l’uscita bergamasca, dove Gianluigi si è arreso al primo turno al ceco Jan Hernych, specialista dei campi veloci. Uno che è stato fra i primi 60 del mondo e vanta pure una finale nel circuito maggiore, ma è sembrato tutto fuorché insormontabile, anche se alla fine l’ha spuntata in due set. L’avversario più difficile, per Quinzi, sono state le circa tremila persone giunte a vederlo, assiepate in ogni angolo del palazzetto dello sport bergamasco. L’hanno sostenuto a gran voce dal primo all’ultimo punto, ma si sono rivelate una pericolosa arma a doppio taglio. Non abituato a trovare così tanta gente solo per sé stesso, l’azzurro è partito malissimo, bloccato dalla tensione, raccogliendo un solo punto nei primi due giochi. Fortunatamente si è sbloccato presto, ha mostrato lampi da campione sino al 5-2 in proprio favore, quando Hernych sembrava veramente in difficoltà, ma poi si è perso. Al momento di chiudere il set ha rimesso il rivale in carreggiata con due errori, nel tie-break si è lasciato beffare di misura, e quindi ha staccato la spina, perdendo il secondo set 6-0 in appena 17 minuti, con soli 7 punti a referto. Al termine dell’incontro è subito corso negli spogliatoi, a testa bassa, a leccare le ferite di una sconfitta che ha fatto sicuramente male, ma lo aiuterà a crescere. È solo un piccolo tassello del puzzle che ‘Gian’ è chiamato a comporre, della montagna che deve scalare solamente con le proprie forze, per evitare di finire come i tanti talenti mai esplosi nel mondo dei ‘pro’. Rispetto a molti di loro ha già fatto passi da gigante, ma la parte più difficile deve ancora venire. Lui, fortunatamente, lo sa benissimo.

Gianluigi, quanto è cambiata la tua vita dopo il successo a Wimbledon juniores?
Parecchio. Quella è stata una settimana di gioia indescrivibile, è impossibile raccontarla a parole, e mi è servita per prendere ancor più convinzione in me stesso e nei miei mezzi. Però si tratta comunque di un risultato ottenuto da under 18, e, per quanto possa essere importante, non è tutto. Il tennis vero è quello che sto iniziando a frequentare ora, e la differenza di livello si vede.

Come è stato l’impatto con i tornei Challenger? Quali difficoltà hai incontrato?
L’impatto è stato positivo, come si può notare dai tornei disputati in Sudamerica nell’ultima parte dello scorso anno. Ho giocato con tanta gente tosta, arrivando in semifinale a Guayaquil (in Ecuador, ndr) dove ho perso un match combattuto contro Leonardo Mayer, finalista all’Atp di Vina Del Mar qualche settimana fa. Per quanto riguarda le difficoltà, sono dettate principalmente dal livello degli avversari. In questo tipo di tornei un avversario nomale è 160/170 del mondo, e ci sono anche dei top 100. Tutti giocatori preparatissimi sotto ogni punto di vista, e che concedono meno rispetto a quelli che magari frequentano i Futures. Qui se vuoi anche un solo punto te lo devi conquistare, nessuno regala nulla.

Fra gli junior sei stato numero uno, a livello Futures hai già vinto, cosa credi ti manchi per ottenere gli stessi traguardi anche nei Challenger?
Credo sia soprattutto una questione di mentalità. Dal punto di vista del gioco penso di potermela giocare con tutti, anche con gente fra i primi 20 del mondo. Ma poi perdo, perché trovo avversari più furbi e bravi di me nei momenti importanti, quando io commetto invece qualche errore di troppo.

Su cosa state lavorando principalmente per salire ancora di livello?
Ovviamente lavoriamo su tante cose. In primis devo imparare a essere più tranquillo dentro al campo. Sono cresciuto sotto questo aspetto, ma posso crescere ancora. E poi devo abituarmi a stare a questi livelli, migliorare la visione di gioco e imparare a gestire meglio le situazioni di gioco. Tecnicamente ci stiamo concentrando per migliorare il servizio, mentre dal punto di vista atletico devo muovermi meglio.

Hai davanti il tuo primo vero anno da professionista. Ti sei posto degli obiettivi?
Dal punto di vista della classifica no. Voglio solo giocare, stare sereno e imparare a convivere sempre meglio con le pressioni. Se faccio le cose bene i risultati arrivano di conseguenza.

Il tuo 2014 è iniziato con un torneo Atp e un Challenger sul veloce al coperto. Come proseguirà?
L’intenzione è quella di giocare sempre questo genere di tornei, per abituarmi il più possibile a stare a questi livelli su tutte le superfici. Forse giocherò anche qualche Futures da 15mila dollari di montepremi, ma per raccogliere dei buoni punti in questi tornei è necessario arrivare in fondo, quindi conviene sicuramente giocare a livello Atp, dove basta vincere qualche partita per raccogliere punti importanti. Ora andrò in Asia per una breve tournèe sul cemento all’aperto, poi si vedrà. A differenza di quanto scritto da qualcuno, probabilmente non riceverò nessuna wild card per il Masters 1000 di Miami.

Qual è il tuo rapporto con la sconfitta?
Non mi abbatte, anzi, la vedo come una via per riuscire a migliorare sempre di più. Devo imparare a convivere anche con le giornate storte, non ascoltare ciò che dice la gente e seguire la mia strada. Quando vinco tutti vogliono che vinca ancora di più: è lo sport. Avere tante attenzioni fa piacere, significa che sto facendo le cose bene, però si può anche perdere. La gente lo deve capire. Ci vuole equilibrio.

Negli ultimi mesi Fabio Fognini sta regalando agli appassionati italiani tante soddisfazioni. Lo vedi come un modello da raggiungere?
Sicuramente. Non ci conosciamo, ma per me è un esempio e gli auguro di disputare una grande stagione ed entrare fra i top 10. In Coppa Davis ha battuto l’Argentina quasi da solo, e nei tornei sta andando alla grande. L’obiettivo è diventare un giocatore come lui, da cui cerco di imparare ciò che riesco.

La tua reale carriera deve ancora iniziare, quindi è presto per parlarne. Ma dove ti vedi fra dieci anni? E se le cose non dovessero funzionare?
Dove sarò fra 10 anni è presto per dirlo, perché non mi pongo obiettivi. Come tutti i giocatori spero ovviamente di avere un giorno un posto fra i primi dieci della classifica, o anche meglio. Se le cose non dovessero funzionare, chissà… Potrò sempre fare l’ingegnere come papà.

Quanto conta per un giovane talento in ascesa avere alle spalle una famiglia come la tua, con dei genitori che cercano di metterti meno pressioni possibili?
Conta molto. Avere tanti occhi e tanta pressione addosso è piacevole ma stancante, ma devo imparare a conviverci, e sapere che almeno quando sono a casa posso stare tranquillo è fondamentale. Loro ci tengono molto al tennis, e tutto quello che fanno è per il mio bene.

Parlando di te, Bolelli ti ha augurato ogni bene, con la speranza di vederti presto in gara in Coppa Davis, una possibilità che tanti tuoi coetanei hanno già avuto. Ci pensi?
Simone è un grandissimo ragazzo, di recente mi sono allenato a Tirrenia con lui per due settimane e mi ha aiutato molto. Non è una cosa da tutti i giorni potersi confrontare a lungo con un tennista del suo calibro, perciò ho approfittato di questa possibilità. Per quanto riguarda la Davis, non spetta a me decidere. Io posso solo impegnarmi al massimo e sperare che la convocazione arrivi il prima possibile.

In molti paragonano la tua crescita a quella degli australiani Kyrgios e Kokkinakis, già capaci di vincere della partite nei tornei del Grande Slam. Pare che loro siano leggermente più avanti di te, ma c’è tempo per recuperare. Ti senti pronto a eguagliare questi risultati?
Sono due ottimi giocatori, li conosco, li ho affrontati ancora, e gli auguro altre grandi prestazioni. Ma quando sono dentro al campo io penso sempre di essere il migliore, quindi mi sento pronto a giocare con chiunque. L’importante è la tenuta mentale, che rappresenta un buon 80%.

Lo scorso luglio è stato montato un polverone su delle tue dichiarazioni sul tema doping associato ai primissimi del ranking Atp. Come è andata veramente?
Sono stato male interpretato, e qualcuno ha esagerato cercando di montare la notizia a tutti i costi, aggiungendoci cose che io non ho detto. Volevo solo spiegare che le regole devono essere uguali per tutti. Quella intervista mi è servita per imparare tante cose. Qualcuno ha provato a fregarmi e ce l’ha fatta, perché non ero abituato a certe interviste. Quando ho contattato Djokovic per scusarmi dell’accaduto, mi ha detto di starci attento perché capita spesso, ed era successo anche a lui.

In camera hai il poster di Rafael Nadal. Cosa pensi di avere in comune con lo spagnolo?
Nulla. Mentalmente è di un’altra categoria rispetto a tutti gli esseri umani presenti sulla terra. Gioca con dolori, vesciche, gli fa male tutto e vince. Può farlo solo lui. Vince anche a poker contro giocatori professionisti. Quando gli avversari vedono Nadal hanno paura, e anche a poker, per esempio, pare abbia lo stesso carisma. Quando uno pesca Nadal, sa già dal sorteggio che perderà. Per avere qualche speranza bisogna essere disposti ancora prima di entrare in campo a starci per almeno cinque ore.

Cosa cerchi di cogliere da lui?
Ovviamente non lo si può imitare, è troppo in alto. Io cerco di prendere spunto da tutto ciò che dice dal punto di vista mentale. Lo stimo troppo. È l’unico nella storia in grado di fare certe cose, e credo che prima o poi riuscirà a battere il record di vittorie di Federer nei tornei del Grande Slam. È di un’altra categoria rispetto a tutti quanti. Inarrivabile. Non molla mai un punto, da anni.

Eduardo Medica ti segue come un’ombra. Come descriveresti il vostro rapporto?
Sono con lui da quattro anni, ed è un grande allenatore. Mi aiuta anche dal punto di vista mentale. Mi sa far stare tranquillo. Talvolta è rigido, esigente, ma sempre giusto. Per lui sono sempre scarso, qualsiasi risultato ottengo, ma so che lo fa per il mio bene. Mi fa allenare molto, ci tiene al mio comportamento, e si mette in discussione. Per arrivare in alto non servono chissà quali nomi, ma persone in grado di farti stare bene. L’esempio di Nadal è lampante. Ha preso Toni, suo zio, che giungeva dal mondo del calcio, ma tra loro ha funzionato subito ed ecco fin dove sono arrivati.

‘GQ’ AI RAGGI X
Il tuo soprannome? Patti. La tua racchetta? Babolat Pure Strike. Corde? Babolat RPM Blast. Tensione? 24 kg. Il tuo colpo migliore? Rovescio. La superficie che preferisci? Cemento, ma faccio più risultati sulla terra. Cosa ami del tennis? La competizione. Il tuo idolo sportivo? Usain Bolt. E nel tennis? Rafael Nadal. Una tua passione? Lo sci. Mare o montagna? Montagna. Il tuo piatto preferito? Strozzapreti ai frutti di mare. Il tuo genere musicale? Electro House, specialmente del dj Hardwell. Videogioco preferito? Call of Duty. La persona più famosa nella tua rubrica telefonica? Ivan Ljubicic. Hai dei rituali pre partita? I dieci minuti precedenti mi concentro da solo. La tua miglior qualità? Do sempre il 100%. Un tuo difetto? In campo parlo troppo. La tua ragazza ideale? Una che capisca ciò che faccio e mi sappia trasmettere tranquillità. I tuoi migliori amici nel circuito? Virgili, Bolelli e qualche sudamericano. Quanti sms ricevi in una giornata? Dipende dai giorni. Dopo la vittoria di Wimbledon ne ho contati 435.

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