IL ‘BOLE’ CI RIPROVA

Simone Bolelli - Foto Antonio Milesi

Simone Bolelli è rientrato nel circuito mondiale a febbraio – Foto Antonio Milesi

[Intervista pubblicata sul numero di aprile 2014 della rivista Il Tennis Italiano]

Dimenticato l’infortunio al polso che ne ha rovinato il 2013, Simone Bolelli è di nuovo in pista. Guarda al passato senza rimpianti e sogna un futuro ancora migliore. Scivolato fuori dai primi 300, vuole risalire in fretta, e ha iniziato l’anno alla grande. Riflessioni, programmi e ambizioni di uno dei pilastri dell’ItalDavis…

L’aria da bravo ragazzo non l’ha mai persa, nemmeno nei momenti più complicati, la fiducia invece la sta ritrovando pian piano, mentre muove i primi passi di quella che si può definire la sua terza carriera. Dopo l’infortunio al polso che l’ha obbligato a un lungo stop facendolo precipitare nel ranking, Simone Bolelli è tornato nel circuito da qualche settimana, riuscendo subito a farsi notare. Il tennis, l’aspetto e il carattere sono rimasti quelli dei tempi d’oro: servizio incisivo e diritto bomba, orecchino e cappellino all’indietro, educazione e serenità, mentre dall’estate del 2012 è cambiato il coach, ora Umberto Rianna. Aiutati dall’ex ‘pro’ Giancarlo Petrazzuolo, i due fanno base a Montecarlo, dove Simone abita con la moglie Ximena, e talvolta si appoggiano al Centro Federale di Tirrenia. È proprio da queste realtà che è ripartita la rincorsa del bolognese, 29 anni a ottobre e ancora tanta voglia di mettersi in gioco. In molti non hanno perso le speranze di rivederlo in alto, anche più su di quella 36esima posizione del ranking raggiunta nel 2009, e, malgrado il percorso sia molto lungo e complicato, lui ha le qualità per riuscirci. Ha iniziato il 2014 con il piede giusto, e le ambizioni non mancano affatto. L’abbiamo incontrato…

Simone, è impossibile non chiederti la situazione del polso. Porti ancora un tutore, ti sei ripreso al 100%?
Il polso va bene. Il tendine è guarito e non devo più fare controlli. Non mi fa più male e sono tranquillo. Solamente quando cambio superficie sento qualche fastidio, ma si risolve in un paio di giorni. Non ci penso più, gioco senza paura.

Al rientro hai vinto un doppio importantissimo in Coppa Davis. Il miglior modo per riprendere?
È stata una trasferta molto preziosa. Inizialmente non era mia intenzione andare in Argentina, volevo iniziare la stagione più tranquillamente, con dei tornei di singolare e senza la responsabilità di giocare per la nazionale. Ma sono venuti a parlarmi sia Barazzutti sia Palmieri, per sapere come stessi e comunicarmi l’intenzione di avermi in squadra. Non ero molto convinto, anzi, la richiesta mi metteva un po’ di tensione, ma poi mi sono accorto che le cose andavano sempre meglio. Così ho deciso di giocare il doppio agli Australian Open come test, e quindi ho fortunatamente accettato la convocazione. Vincere subito dopo un anno buttato al vento è stato importantissimo.

Non è un caso, quindi, che due settimane dopo hai conquistato il Challenger di Bergamo, tuo primo torneo di singolare dopo il lunghissimo stop…
Esatto, la trasferta argentina mi ha dato una grossa mano. Vincere un match così importante porta tanta carica. A Bergamo sono andato senza grosse aspettative, volevo solo giocare bene match dopo match, con la giusta attitudine. Invece, grazie a un tennis che è andato in continuo crescendo, sono riuscito a vincere, malgrado fossi soltanto al 70% della condizione. È stato un successo importantissimo per la fiducia, e inoltre mi è servito a saldare un debito che avevo con un torneo al quale ho sempre tenuto molto. Bergamo si può definire la mia seconda casa, perché ho vissuto per cinque anni in provincia (a Cividino, ndr), e quest’anno ho ritrovato tanta gente che mi vuole bene. Il pubblico mi ha spinto sin dal primo giorno, aiutandomi a reagire nei momenti di difficoltà.

Riavvolgiamo il nastro: dopo qualche anno buio eri finalmente riuscito a tornare nei primi 70, ma un mese dopo ti sei dovuto fermare. Quanto è stata dura ripartire?
Molto, anche perché avevo iniziato la stagione piuttosto bene, ottenendo dei buoni risultati sia in singolare, con i quarti di finale a Doha e la semifinale a San Paolo, sia in doppio, arrivando in fondo agli Australian Open, vincendo in Coppa Davis e ottenendo una finale e una vittoria a livello Atp. Si è trattato di un problema completamente inatteso, non avevo accusato alcun sintomo, e quindi è stato ancora più difficile da accettare, specialmente quando mi hanno detto che era necessaria l’operazione.

Appunto, l’operazione. L’infortunio è arrivato a Miami il 23 marzo, ma ti sei operato soltanto il 16 luglio: quasi quattro mesi dopo. Come mai?
L’unico rimpianto che ho è proprio questo. La colpa è di alcune diagnosi sbagliate, che mi hanno fatto prendere strade sbagliate e perdere tanto tempo. Anche per questo motivo il ranking protetto di cui potrò disporre non è granché (159, ndr), essendomi fermato soltanto dopo il torneo di Wimbledon.

Cogliamo il lato positivo: da qui alla fine dell’anno avrai soltanto 20 punti da difendere, una miseria. Come si articolerà la tua stagione?
Almeno nei primi mesi dell’anno giocherò principalmente a livello Challenger. L’obiettivo è di fare più punti possibili per risalire in classifica. Attraverso il ranking protetto potrò giocare le qualificazioni sia al Roland Garros sia a Wimbledon, e anche in alcuni Masters 1000. Questa è già una buona notizia.

Sei stato numero 36 del mondo a 23 anni, mentre ora, nell’anno dei 29, sei fuori dai primi 300. Quali stimoli ti spingono a lavorare duro per risalire?
Va detto che sono scivolato così indietro a causa di uno stop di tanti mesi, non per assenza di risultati. Ho 28 anni e non 35, quindi so di avere davanti ancora 4 o 5 anni di tennis in cui ottenere buoni risultati e togliermi ancora delle soddisfazioni. Finché riuscirò a essere competitivo andrò avanti.

Ti senti ai livelli di quando ti sei fatto male?
Sì. Sia fisicamente sia dal punto di vista tennistico sto bene. Ho solo bisogno di mettere più match possibili nelle gambe, per recuperare il ritmo partita e le sensazioni della gara. Aver vinto il primo torneo di singolare giocato dopo parecchi mesi mi dà fiducia, significa che sto facendo le cose bene.

Quali sono le differenze tra il Bolelli attuale e quello di inizio carriera?
Ho 7 o 8 anni in più, che significano più esperienza, più maturità, e anche tanti allenamenti alle spalle. Mi sento sicuramente migliorato, fisicamente ho più forza. Diciamo che c’è stata una grande evoluzione.

Prima hai parlato di maturità. Giunto a 28 anni, un primo bilancio lo si può fare. Hai qualche rimpianto?
No, non penso di avere fatto scelte sbagliate. Mi dispiace per i due anni trascorsi fuori dai primi 100, ma nella carriera di un giocatore può capitare di non riuscire per un periodo a esprimersi al meglio. Fa parte del gioco.

Sin qui, qual è stato il momento peggiore della tua carriera?
Sicuramente il torneo di Marrakech del 2010. Ero stato costretto a riprendere a giocare alcuni Challenger, e il torneo in Marocco fu il momento più brutto di un periodo molto buio. Lì vinsi una partita prima di cedere subito dopo, ma ero parecchio giù di morale: arrivavo da quattordici sconfitte consecutive al primo turno fra fine 2009 e inizio 2010. Un lasso di tempo da dimenticare.

E il migliore?
Alcune vittorie in Coppa Davis. In primis quella contro Karlovic a Dubrovnik del 2008, ma anche il successo contro De Bakker nel 2010 a Zoetermeer (Olanda, ndr). Più recentemente, invece, direi i doppi vinti con Fognini: sia nel 2013 contro la Croazia, sia quest’anno contro l’Argentina. Due successi importantissimi.

Come giocherà il nuovo Bolelli?
I miei colpi principali sono sempre stati il servizio e il diritto, e rimangono quelli. Nel corso dell’inverno abbiamo cercato di lavorare molto sul rovescio, in primis per migliorare l’utilizzo dello slice, e anche sulla risposta, il mio storico tallone d’Achille soprattutto sulle superfici veloci. Non sono uno che si muove benissimo, ma ci sto lavorando. Inoltre, proverò a cercare più spesso la via della rete.

Dal punto di vista atletico su quali aspetti vi siete concentrati?
Ho lavorato insieme al preparatore atletico Carlo Ragalzi, con il quale mi ero già allenato anni fa nel periodo in cui ero di base a Roma. Abbiamo cercato di migliorare gli spostamenti laterali, devo cercare di essere più reattivo e tenere il baricentro più basso, per non perdere del tempo fondamentale.

Nel 2014 ti stiamo vedendo con una nuova racchetta, la Babolat Aero Pro, completamente diversa come tipologia dalla precedente Head. Un cambiamento importante. Come mai?
È stata una decisione quasi forzata. Quando ho ripreso a giocare dopo l’infortunio, con l’edema ancora presente, con la mia vecchia racchetta facevo molta più fatica a spingere, mi obbligava a un grosso sforzo muscolare. Così ho provato questa, più maneggevole, e mi sono subito trovato meglio.

Cosa ti aspetti per gli ultimi anni della tua carriera?
Spero innanzitutto di tornare ai vertici, dove ero stato per un buon periodo nel 2009, e poi di esprimermi sempre meglio. Punto a fare il massimo che il mio tennis mi consente.

Quali obiettivi hai per il 2014?
L’obiettivo è quello di tornare il prima possibile nei top 100, per rimanerci i prossimi anni. Al momento sono molto lontano, e il pensiero principale è quello di giocare bene e migliorare, però un obiettivo lo bisogna avere, che sia tecnico, tattico o di classifica, come punto di riferimento su cui lavorare.

Insieme a Fognini formi un doppio che ha già ottenuto ottimi risultati. Quale sarà quest’anno il tuo rapporto con la specialità?
Mi ritengo un singolarista, quindi la priorità andrà su quello. Il doppio rappresenta un valore aggiunto, mi serve per giocare partite, tenere alta l’attenzione e prendere fiducia. Inoltre, almeno inizialmente giocherò tanti Challenger, quindi potrò fare coppia con Fabio solo nei tornei maggiori in cui prenderò parte alle qualificazioni, come Masters 1000 o Major. E poi la Coppa Davis.

Proprio in ambito Davis: siamo prossimi ai quarti di finale, a Napoli contro la Gran Bretagna. L’Italia non arriva in semifinale dal 1998, sedici anni fa. È giunta l’ora?
Difficile dirlo, ma ci proveremo. Abbiamo due singolaristi molto forti e un buon doppio, e inoltre siamo competitivi su tutte le superfici. Questa Italia è una squadra da battere.

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