LA MISSIONE DI GARANGANGA

Takanyi Garanganga, 24 anni dallo Zimbawe, è il volto di Serve4Africa

Takanyi Garanganga, 24 anni dallo Zimbawe, è il volto di Serve4Africa

Takanyi Garanganga non passa inosservato. Vuoi per un tennis molto potente e un look fuori dal comune, vuoi per la bandiera dello Zimbabwe stampata sul passaporto e la grande simpatia. Gli sono bastate poche ore per diventare l’idolo del pubblico della Canottieri Adda Lodi. Si sono innamorati di lui, e lui si è innamorato dell’Italia. “Ci ero già stato nel 2008 – ha detto – e mi incuriosiva l’idea di tornarci. È stata la scelta giusta: la gente è cordiale, rilassata, in futuro non mi dispiacerebbe vivere da queste parti”. Nel frattempo, ha ripagato l’affetto del pubblico conquistando i quarti di finale del Futures di Lodi dopo una facile vittoria contro Filippo Mora, battuto per 6-3 6-0. Un turno diverso rispetto al primo di lunedì, quando Garanganga ha impiegato quasi quattro ore per aver ragione del greco Jakupovic e pure dei crampi. “Sono un amante delle battaglie, quel match mi è servito a prendere confidenza con la terra rossa. Oggi è andata meglio, spero di continuare così. Ogni settimana punto al titolo”. Non potrebbe essere altrimenti per un 24enne che sogna di diventare lo sportivo più famoso nella storia del suo Continente, dentro e fuori dal campo. Intanto, è il miglior tennista dell’Africa nera nel ranking Atp, ma oltre ad ambire all’ingresso fra i top 100 gioca per una causa più nobile. “Mi piacerebbe diventare un modello nel mio Paese, per dare una mano al tennis e allo sport in generale”. È per questo che a 14 anni ha lasciato il piccolo distretto di Mbare, e una delle aspettative di vita più basse del globo, per trasferirsi ad Atlanta (Stati Uniti), dove ha iniziato la sua scalata al tennis che conta. “Ma in Africa torno spesso, la gente mi conosce”. Così, con degli amici ha fondato ed è diventato il volto di Serve4Africa, associazione no-profit che raccoglie fondi per aiutare i bambini ad avvicinarsi al tennis. “Abbiamo fatto tanto, ma c’è ancora molta strada da percorrere”.

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