IL NARCISO CON LA RACCHETTA

[Intervista apparsa sabato 27 giugno su TennisBest]

Benoit Paire, 26 anni, è stato numero 24 del mondo nel 2013 - AFP/Getty Images

Benoit Paire, 26 anni, è stato numero 24 del mondo nel 2013 – AFP/Getty Images

L’INTERVISTA – Alla scoperta del personaggio Benoit Paire, uno dei tennisti più curiosi del circuito. L’irascibilità in campo gli è costata l’appoggio della FFT, ma è arrivato comunque. Amante dell’Italia e amatissimo dalle donne, ci ha raccontato la sua vita…

MILANO – In un cielo grigio di maschere prodotte con lo stampino, Benoit Paire è un raggio di sole. Un personaggio senza copyright che fa e dice quello che pensa. Così, come gli viene, senza badare troppo alle conseguenze. E pazienza se ci va di mezzo qualche incolpevole racchetta, la cosa importante è una sola: divertirsi. A giocare a tennis, che sia in un torneo del Grande Slam o nelle qualificazioni del Challenger dell’Aspria Harbour Club di Milano, dove l’abbiamo incontrato. Ma anche a girare il mondo, a postare sui social network una foto mentre azzanna l’ennesima mozzarella di bufala, in discoteca con gli amici e pure a fare una semplice intervista. L’ennesima, non l’ultima e magari nemmeno la più divertente, ma sempre da affrontare col sorriso. E con stile, punto cardine della sua vita da globetrotter col borsone.

Scorrendo i tuoi profili social si trova mozzarella, prosciutto e vino; vino, prosciutto e mozzarella. Sembrerebbe che l’Italia ti piaccia parecchio…
Sì, adoro venire in Italia, e il cibo è uno dei motivi. Amo la mozzarella, la mangio spesso anche in Francia, ma non è la stessa cosa. Quando entro in Italia, è sempre la prima cosa da fare. E poi in Italia si sta bene, gioco sempre bene. Quando c’è un Challenger che fa comodo, mi piace giocarlo. Fra tre settimane andrò a San Benedetto del Tronto.

Conosciamo Benoit Paire in campo, ma non fuori. Che persona sei?
Sono molto diverso rispetto a come mi vedete in campo. Sono spesso nervoso, a volte sembro matto, mentre nelle vita di tutti i giorni sono una persona molto rilassata, semplice. Mi piace uscire con gli amici, andare in discoteca, bere un buon bicchiere di vino e sono un grande tifoso dell’Olympique Marsiglia.

E se non fossi stato un tennista?
Sinceramente non saprei. Sin da piccolo ho sempre sognato di fare del tennis la mia vita, e pian piano ci sono riuscito. Magari sarei diventato un maestro, un coach, ma sempre nel mondo del tennis. Non ho mai pensato a un’ipotetica vita lontano da questo sport.

Sei un grande amico di Wawrinka, nessuno meglio di te ci può raccontare un personaggio di cui in fondo non si sa poi così tanto…
Stan è un ragazzo normalissimo, serio e amichevole. Fuori dal campo abbiamo caratteri simili, per questo siamo ottimi amici. Abbiamo tanti interessi comuni, e poi viviamo nella stessa città, Ginevra. Quando siamo a casa ci vediamo spesso, usciamo per una birra o una cena, passiamo del bel tempo insieme. Nei tornei è più difficile, siamo entrambi concentrati sul tennis.

A febbraio eri numero 149 del mondo. Cosa pensa un giocatore del tuo livello quando scivola così indietro? C’è la paura di non riuscire più a risalire?
Nel mio caso no. Conosco il mio gioco, ero indietro in classifica a causa dei problemi al ginocchio del 2014. La situazione non mi preoccupava affatto. Certo, in Australia ho perso al primo turno delle qualificazioni, ma ci può stare, il livello è molto alto. Diciamo che sono felice di essere tornato fra i primi 70 e fiducioso per i prossimi mesi: avrò pochi punti da difendere, una buona chance per salire ancora.

Dopo l’Australian Open hai giocato addirittura un Futures, qui hai giocato le qualificazioni. Si direbbe tu sia molto umile, non tutti nella tua situazione l’avrebbero fatto.
Non è tanto una questione di umiltà. A me piace giocare a tennis, se non avessi giocato questa settimana non avrei avuto match nelle gambe in vista di Wimbledon. Sono stato già tanti mesi senza giocare, possono bastare. Se devo disputare le qualificazioni le disputo, sempre col giusto atteggiamento. Idem i Futures, l’importante è  vincere gli incontri, per la fiducia e per alzare il livello.

Cosa ne pensi delle scommesse nel mondo del tennis?
È una domanda molto frequente. Le scommesse sono un problema, ma ormai cosa si possiamo fare? Siamo arrivati qui, forse ci si doveva fermare prima. Ormai nello sport sono all’ordine del giorno. Sicuramente, spero che chi scommetta sui propri match per guadagnare soldi venga beccato e radiato. Non è normale scommettere su se stessi, non capisco come certa gente lo possa fare.

Magari, in una situazione disperata e senza grandi entrate, c’è il rischio di cadere in tentazione…
Dipende da persona a persona. Io gioco per il tennis, per vincere gli incontri. Se vinco sono felice, se perdo sono triste. Il resto non mi interessa.

La tua idea sul doping?
Non lo tollero, è pericoloso. Se un tennista viene beccato positivo anche solamente una volta deve essere radiato. I dopati sono degli impostori, spero venga presto cambiata la regola che permette di tornare a giocare.

Capitolo omosessualità. Possibile che nel tennis non ci siano mai stati casi? Tu hai sospetti?
No, non conosco tennisti omosessuali, o almeno non so della loro omosessualità. Ma se così fosse non ci sarebbe nessun problema. Io amo le donne, ma se a qualcuno piacciono gli uomini per me non fa differenza. L’omosessualità è una cosa normale.

Solitamente i giocatori spettacolari adorano l’erba, mentre tu l’hai definita una superficie di m***a. Come mai?
Lo scorso anno ho avuto grandi problemi al ginocchio sinistro, perdendo complessivamente quasi sei mesi. A causa di quell’infortunio, l’erba è la superficie meno adatta alla mia situazione. È pericolosa, non riesco a muovermi come vorrei e temo nuovi problemi al ginocchio. In realtà come superficie mi piace, ho raggiunto due volte il terzo turno a Wimbledon, ci posso giocare bene. Ma non voglio correre rischi.

È per questo che hai scelto il Challenger di Milano invece dell’ATP di Nottingham?
Esatto, ero nel tabellone principale ma troppe settimane sull’erba sono pericolose. Quindi ho preferito la terra, trovando un torneo perfetto, in un club bellissimo. La gente mi ha accolto molto bene, sono felice della mia scelta.

Sei un grande amico di Fognini. Perché ti piace così tanto?
Fognini è matto, mi piace tantissimo trascorrere del tempo con lui. Ci ho giocato a Parigi, mi è dispiaciuto batterlo. Fabio è una delle persone più importanti del Tour, lo conoscono tutti. A volte perde le staffe e combina dei casini, ma quando gioca è incredibile. Tanta gente non lo apprezza per i suoi comportamenti, ma chi lo conosce fuori dal campo sa che è un bravissimo ragazzo. Mi piace, quando c’è lui ai tornei sono più contento.

Cosa significa essere matti?
Penso che ogni giocatore sia un po’ matto. A stare nel Tour, girare ogni settimana nel mondo per il tennis, ci vuole un po’ di follia. Certo, ci sono giocatori più matti e altri più tranquilli. Io e Fognini facciamo parte della prima categoria. Ci piace giocare, ma se va male ci incazziamo, rompiamo qualche racchetta, ci comportiamo male. Non siamo dei robot, a volte capita di andare in tilt. Ogni tanto ho bisogno di rompere una racchetta.

Quante ne hai rotte nella tua carriera?
Tante. Non ho un numero preciso ma sicuramente più di 100.

Se potessi cambiare una regola del tennis?
Io servo bene, ma non mi piace affrontare i giocatori che puntano tutto sulla battuta, come Isner, Karlovic e altri. Proporrei un solo servizio per i giocatori dai due metri in su, o anche da 1 e 97 in avanti (lui è alto 196 cm, ndr).

Le nuove palle sono molto criticate. Cosa ne pensi?
Sono d’accordo con tutto ciò che è stato detto, ma questo è il gioco. Le palle cambiano e noi dobbiamo agire di conseguenza. Giochiamo con quelle che ci danno, non ci possiamo fare niente, non possiamo dire ‘no, oggi non mi va di giocare con queste palle’. Quelle sono e quelle rimangono.

E delle corde in monofilamento? Hanno cambiato il mondo del tennis…
Non sono molto ferrato sull’argomento. Uso le Luxilon Alu Power fin da quando ero piccolo, non le ho mai cambiate, così come cambio poco la tensione.

A quanto tendi?
23,5 kg. Mica sono come Volandri (ride, ndr).

Quanto è importante avere un buon coach?
Fondamentale. Per me, Lionel Zimbler è molto più di un allenatore. È un secondo padre, un grandissimo amico, sa tutto di me. Senza di lui non sarei mai arrivato fra i primi 25 del mondo, e credo nemmeno fra i primi 100. Lavoriamo insieme da oltre 5 anni, abbiamo vissuto insieme tutto il percorso che dai Futures mi ha portato ai livelli attuali. È una delle persone più importanti della mia vita.

È vero che sei mancino, anche se giochi con la mano destra?
Sì, sono mancino, scrivo e faccio tutto il resto con la mano sinistra, tranne il tennis. A 6 anni mi sono rotto il polso, e non avrei potuto giocare per quattro mesi. Così ho provato con la destra, ho visto che funzionava e ho continuato. Penso si veda quando gioco il rovescio, è il mio colpo migliore perché con la mano sinistra posso fare quello che voglio. È come si giocassi due diritti, ma uno dei quali a due mani.

Come ti vedi fra vent’anni?
In spiaggia, col mare davanti, un cocktail in mano, una moglie, magari un figlio, e pochi rimpianti sulla mia carriera.

Ti piacerebbe rimanere nel mondo del tennis?
Diciamo che dopo il ritiro non sarebbe male staccare qualche tempo, ma poi vorrei tornare. A lavorare come coach, come commentatore televisivo o altro. Perché no?

Benoit Paire all'Aspria Harbour Club

Benoit Paire all’Aspria Harbour Club

Sei uno dei giocatori più apprezzati dalle donne, quando è importante per te essere alla moda?
Non è vero, Fognini è più apprezzato di me (ride, ndr). Comunque è importantissimo, basta guardare la mia felpa. I giorni in cui arrivano le nuove collezioni sono i migliori dell’anno, passo ore e ore a provare i vestiti. Vedo ogni incontro come un piccolo show, e il campo è il suo palcoscenico, quel posto dove apparire nel migliore dei modi. Mi piace mettermi il gel sui capelli prima di giocare, e che ogni dettaglio sia molto curato. In campo bisogna avere stile.

Generalmente, i tennisti si divertono con le colleghe?
Ci piacerebbe, ma quando si giocano i tornei combined le donne si allenano tutto il giorno, quindi è difficile trovare campi liberi. In generale mi piace quando ci sono anche le donne, preferisco i tornei del Grande Slam e i Masters 1000. Per questo ho giocato bene a Roma (raggiunse la semifinale nel 2013, ndr), perché ci sono le donne!

E perché è la città più bella del mondo…
Assolutamente d’accordo. Quando riesco vado a visitare le città dove gioco i tornei. Roma è incredibile. Mi piacerebbe tanto viverci in futuro.

È più facile trovare donne da sportivi affermati?
Generalmente sì, ma dipende da cosa uno cerca. Creare una relazione reale è più difficile. Io sono stato fidanzato a lungo, ma ora non lo sono più e non sento il bisogno di avere una donna. Voglio essere concentrato sul tennis.

Con quante colleghe sei andato a letto?
Zero (ride, ndr). Meglio non parlare di questo argomento.

Fingiamo di crederti e cambiamo domanda: quale tennista inviteresti a cena? E una donna in generale?
Come tennista Eugenie Bouchard, per il resto va bene una modella qualsiasi di Victoria’s Secret. Non importa quale, è indifferente, si va a colpo sicuro.

E se potessi esprimere tre desideri?
Volare, vincere uno Slam e vincere al Superenalotto. Così vado al mare e non torno più.

Tre cose che porteresti con te su un’isola deserta?
Una donna, un pallone da calcio e… l’ultima cosa è la più importante. Direi il mio migliore amico. Quando può mi accompagna ai tornei, è una persona molto importante per me.

Un giovane che diventa forte?
Sicuramente Kyrgios. Io ci ho giocato due anni fa all’Australian Open, ero sotto due set a zero ma ho vinto, una grande soddisfazione. Un altro è Lucas Pouille, non è ancora così noto ma gioca molto bene.

Cosa ne pensi del caso Nadal-Bernardes? I top player sono protetti?
Un pochino sì, lo sono, ma sul discorso di Nadal non ci vedo nulla che non va. È una cosa normale, accade nella vita di tutti i giorni. Se non si gradisce qualcuno, si può chiedere di non vederlo. Per me non ci sono problemi. Abbiamo tanti giudici di sedia, possiamo cambiarli.

È corretto che gli arbitri siano pagati dall’ATP, quindi da voi giocatori?
Non ci ho mai pensato. Ma non è un mio problema. Io gioco per me stesso, non bado molto al resto.

Come sono gli altri giocatori francesi nei tuoi confronti?
Non ho problemi con nessuno. Stiamo insieme, ci divertiamo, usciamo a cena. Mi piace stare con loro, specialmente con Edouard Roger-Vasselin. Insieme a Wawrinka è il mio migliore amico nel Tour.

Due anni fa hai avuto una discussione di Michael Llodra…
Più che discussione direi che abbiamo avuto dei grossi problemi.

E come è finita?
Abbiamo parlato dell’accaduto, ma non sono comunque riuscito a capire il motivo del suo comportamento. Quindi discorso chiuso, non ci tengo ad avere ulteriori rapporti con lui.

Dopo il ritiro, un giocatore del tuo calibro quanti soldi ha in banca?
Dipende da come uno li usa i soldi (ride, ndr). Magari non ne avremo tanti in banca, ma abbiamo case e altri investimenti. Per me hanno fatto ottime cose i miei genitori, si occupano loro dei miei incassi.

Ti sei presentato a Milano con una Porsche da oltre 100mila euro. Sembrerebbe che qualche sfizio te lo sia tolto…
Si guadagna bene, ogni tanto un bel regalo ci sta. Ma è l’unico grande acquisto che ho fatto. Per il resto mi contengo abbastanza.

Quanto sono importanti i soldi?
Molto. Giochiamo a tennis perché ci piace, ma anche per i soldi. Come ogni normale lavoratore che alla fine del mese deve fare i conti. Noi abbiamo la fortuna che più vinciamo e più guadagniamo.

Capita di pensare ai soldi anche nel corso degli incontri? Esempio: primo turno di un Grande Slam, 5-5 al quinto set, fra vittoria e sconfitta ci sono 50mila euro di differenza.
No, quando si gioca si pensa solo a quello, solo a voler vincere. Soldi e punti non contano. Ce ne rendiamo conto solo quando perdiamo. Ahhh, se avessi vinto…

Nel corso del torneo di Istanbul hai mandato un tweet a Roger Federer, chiedendogli dove fosse a cena e di riservati un posto. Ci racconti come è andata?
Siamo amici, parliamo spesso e quella settimana ci eravamo accordati per uscire a mangiare qualcosa insieme. Per me è un onore poter passare del tempo con lui. È una figura importantissima per il nostro sport, è il miglior giocatore di sempre, ho grande rispetto nei suoi confronti e penso che senza di lui il tennis non sarebbe a questi livelli e a questa popolarità. Di recente ho letto le dichiarazioni di Boris Becker, non mi capacito di come si possano dire certe cose di Roger.

Ma poi ci siete andati a cena?
No, perché ho perso al primo turno e sono tornato a casa. Era un tweet ironico.

Sui social network i giocatori vengono spesso attaccati dagli scommettitori indispettiti per aver perso dei soldi. Capita anche a te?
Certo, a ogni incontro, vinto o perso. Ma è il gioco. Chi ha un profilo sui social network è a conoscenza di cosa può succedere. Io non me la prendo, anzi ci faccio decisamente poco caso. Mi dispiace ricevere insulti, ma sono bilanciati anche da tanti complimenti. Preferisco leggere quelli.

Che rapporto hai con la Federazione francese? È vero che da giovane sei stato ‘scartato’?
Ho combinato qualche cavolata, spaccavo un sacco di racchette e a loro non stava bene, così mi hanno allontanato. Quindi mi sono trovato un altro coach, fuori dall’ambito federale e sono felice sia andata così. Che non abbiano puntato troppo su di me è evidente, lo dimostrano alcune wild card assegnate ad altri giocatori. Significa che secondo loro avevano un potenziale migliore. Ma sinceramente queste cose non mi importano più. Non ho problemi con loro, ma gioco per me stesso. Se ottengo buoni risultati sono contento, se non li ottengo non bado certo a quello che dice la Federazione.

È vero che il team francese di Davis Cup è una sorta di enclave, difficile da raggiungere?
Che è difficile entrarci è vero, ma credo anche che raggiungendo certi risultati se ne abbia la possibilità. Se fossi top ten e non giocassi in Davis sarebbe un problema, ma fino a quando i migliori quattro francesi, Tsonga, Gasquet, Simon e Monfils, sono gli stessi che giocano in Davis non si può dire molto. Bisognerebbe fare meglio di uno di loro per vedere cosa succede.

In Italia siamo soliti guardare al sistema francese come un modello perfetto. È così?
Non posso dire se sia perfetto o meno, ma va riconosciuto che abbiamo numerosi top 100 e tanti altri ottimi giocatori. Credo sia un buon sistema, magari non il migliore perché si può ancora crescere, ma negli ultimi anni la Federazione ha fatto un buon lavoro.

E allora come mai non vincete uno Slam da una vita?
Semplice: con Federer, Nadal e Djokovic è impossibile vincere. Magari senza di loro qualche successo sarebbe arrivato. Tsonga ha giocato una finale, Monfils e Gasquet una semifinale. Ci si arriva vicino, ma i migliori sono fuori portata.

In Francia si percepisce una pressione particolare dovuta all’assenza di un titolo Slam?
La Francia ha tanti ottimi giocatori, che spesso arrivano in fondo negli Slam. È naturale che il pubblico speri che ogni torneo sia quello buono. Noi ci proviamo sempre. Semplicemente non ci riusciamo.

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