QUEL MALEDETTO PASSANTE…

[Racconto pubblicato nel numero di settembre 2015 di TennisBest Magazine]

Adriano Panatta

Adriano Panatta

Al loro metodo gli americani ci tenevano tantissimo. In quell’estate del 1978, in soccorso degli ufficiali di gara dello Us Open era già arrivata la tecnologia, ma di togliere gessetti, walkie-talkie e cannocchiale non se ne parlava nemmeno. Servivano per aggiornare meticolosamente lo score di ogni incontro, su una lavagnona posta fuori dagli spogliatoi. Un retaggio di Forest Hills trasferito a Flushing Meadows, utile ai giocatori per regolarsi su quando sarebbe giunto il loro turno. Ma in quel momento, in quella giornata di ottavi di finale, il terzo set di un Gottfried-Tanner qualsiasi, o il primo break di Butch Walsh ai danni del campione in carica Guillermo Vilas, non importavano a nessuno. Con una passata di spugna cancellarono tutto. Via i 6-2 e i 7-6, a favore di una scritta gigante. Tre parole, quattordici lettere in tutto: “Panatta is still”. Erano rimasti talmente impressionati dai suoi cinque set contro Jimmy Connors, che decisero di rendergli omaggio a modo loro. Panatta vive ancora, già, dopo una stagione opaca cancellata in un colpo solo in quel National Tennis Center che, a dispetto dell’aria da cantiere in costruzione, ospitava per la prima volta i campioni della racchetta. C’erano tutti, da Bjorn Borg allo stesso ‘Jimbo’ che sarebbe tornato numero uno del mondo dopo quel torneo, e poi ancora McEnroe, Ashe, Gerulaitis e chi più ne ha più ne metta. Ma a rubare la scena era stato lui, l’Adriano nazionale, col suo ciuffo e la volée fatata. Non se l’aspettava nessuno: quell’anno non aveva vinto nemmeno un titolo, la classifica piangeva, e Panatta non era fra le allora sedici teste di serie. Ma quel pomeriggio fu protagonista di un match che quasi quarant’anni più tardi è ancora ricordato come uno dei migliori. Andava sempre e solo a rete, servizio e rete, risposta e rete, si buttava avanti su ogni palla come fosse l’ultima. E Connors accusava. Eccome se accusava. In quel periodo era lui il più forte, messo sotto nel gioco da uno che alla vigilia del torneo, mentre lui colpiva palle su palle, aveva passato un week-end fra sauna e bagno turco nella reggia del compianto Alan King, una sorta di Mike Bongiorno americano, e spesso lo Us Open lo preparava rilassandosi a Forte dei Marmi.

L’AVEVA PREPARATA BENE
“Solitamente dopo Wimbledon avevo solo voglia di riposarmi – racconta oggi Panatta – e non amavo affatto andare negli Stati Uniti a giocare tornei come Boston o Indianapolis. Ma quell’anno fu diverso, avevo fatto le cose per bene. Durante la primavera non avevo combinato granché, così mi allenai molto duramente con l’obiettivo di disputare un gran torneo a Flushing Meadows. Mi preparai per due mesi insieme a Jim Fannin, una bella esperienza. Penso non sapesse nemmeno giocare a tennis, ma era un grande motivatore, mi diede una grossa mano”. Sicuramente, furono sufficienti per tirarlo a lucido in vista di quello Us Open, aperto con la vittoria su Manuel Orantes e proseguito con quelle su Bruce Nicols e Marty Riessen, con tanto di rimonta da 2-5 a 7-5 nel set decisivo. Un buon viatico per presentarsi alla seconda settimana, che al tempo coincideva con l’inizio degli incontri al meglio dei cinque set. Giocare contro Connors, per Panatta, non era un problema. “Con lui mi trovavo sempre bene, ero felice di incontrarlo. Pur essendo un giocatore straordinario, a me non dava molto fastidio. Il problema era che giocare contro di lui negli Stati Uniti non era per niente semplice. Si diceva tanto del pubblico degli Internazionali, ma anche gli americani non scherzavano. E poi il Centrale dello Us Open (al tempo il Louis Armstrong Stadium, l’Arthur Ashe sarebbe arrivato solo nel 1997, ndr) non era proprio il campo ideale per mantenere la concentrazione. Ricordo grande confusione, gente che si muoveva in continuazione e il frastuono degli aeroplani che passavano ripetutamente sopra il campo, per atterrare a LaGuardia”.

“QUANDO L’HO VISTA DENTRO MI SONO GIRATI…”
Adriano vince il primo set 6-4, poi perde secondo e terzo 6-4 6-1, ma proprio mentre l’americano pare avere il match in pugno e il pubblico inizia a lasciare gli spalti per spostarsi su altri incontri, trova il modo di riportarli tutti sul Centrale. In altri tempi si sarebbe arreso, ma stavolta no. Dall’1-1 0-30 al quarto vince 24 punti su 29, restituendo il 6-1 a Connors. E nel quinto prende subito un break di vantaggio, 2-0, in un clima elettrico. “Ricordo che in prima fila sugli spalti c’erano Martina Navratilova, Chris Evert e tanti altri giocatori. Fu un match molto emozionante, con tanti colpi vincenti da entrambe le parti e pochi errori”. Perde il break nel sesto game, ma lo recupera immediatamente e sale 5-3. Lascia il turno di risposta per concentrarsi sul successivo game di servizio, ma Connors, da campione, non glielo fa giocare. Due risposte vincenti e 0-30, altre due per chiudere il game da 30-30, e lasciare l’azzurro a due punti dal successo. Nuovo match che inizia, odore di tie-break decisivo. Invece no. Jimbo sale 6-5, Adriano accusa il colpo e finisce 0-40. Tre match-point. Connors se li mangia tutti, poi se ne guadagna un quarto. Panatta dice di no con l’ace numero quindici, ma sulla seconda parità succede quello che non deve succedere. Panatta serve la prima a uscire e fa quattro passi dentro al campo, back di diritto in approccio e gran volée incrociata. Punto finito contro chiunque sulla faccia della terra, tranne Connors. L’americano ci arriva, e dal corridoio si inventa un passante lungo linea in slice che termina sulla riga. Una mazzata fisica, morale e tennistica, che colpisce nel segno e nell’orgoglio. E il finale non può che essere quello: doppio fallo e addio impresa. “Una battaglia durissima, molto equilibrata, risolto da una palla impossibile, irripetibile. Quando è atterrata sulla riga mi sono girati i cogl****, come è normale che sia. Onestamente non pensavo che entrasse. Probabilmente se fosse uscita avrei vinto, ma Connors era un grande campione. In quel periodo era nettamente il più forte di tutti, perdere contro di lui a Flushing Meadows ci poteva stare”.

IL VERO RIMPIANTO E’ UN ALTRO
Eppure, al rientro negli spogliatoi l’eroe era comunque Adriano. L’emozione per un match storico era diventata più importante del risultato. “Gli addetti ai lavori mi fecero un sacco di complimenti, mi ricordo quella scritta ‘Panatta is still’, anche se dopo una sconfitta i complimenti servono a poco. Ma quando perdi giocando molto bene, il dispiacere dura meno”. Un Rino Tommasi entusiasta scrisse addirittura di non aver mai visto giocare a tennis come fece Panatta dall’1-1 del quarto set, e se lo disse lui c’è da fidarsi. “Mah, non saprei giudicare, ma non credo sia stato il miglior match della mia carriera, altrimenti l’avrei vinto(ride, ndr). Sicuramente ero in gran forma, mi ero preparato bene e giocavo con grande facilità. Mi sentivo alla grande sin dal primo turno”. Ha ripetuto più e più volte che il più grande rammarico della sua carriera è la sconfitta con Pat Dupre nei quarti di finale a Wimbledon del 1979, ma quell’anno a New York, dopo averlo battuto a fatica, Connors vinse il torneo a mani basse. “Se avessi vinto quel match? Non si può sapere come sarebbe andata a finire. A essere sincero non ricordo nemmeno contro chi avrei giocato. I rimpianti non fanno per me, ormai è tardi per pensarci. A Wimbledon persi quel match per colpa mia: dopo l’inizio favorevole la presi sottogamba, giocavo benissimo, vincevo facilmente e mi deconcentrai, pensavo già ai match successivi. In un incontro così importante non bisogna farlo mai. A me capitava raramente, ma capitò nel momento sbagliato. Contro Connors invece non avevo alcuna colpa. Quando l’avversario si inventa un colpo simile c’è poco da piangersi addosso”. La CBS, uno dei principali network a stelle e strisce, ha mandato in onda per anni e anni quelle immagini in sede di presentazione del torneo, oltre ad aver usato a lungo l’intero incontro come ‘tappabuchi’ nelle giornate di pioggia. Un regalo a Connors, ma anche a Panatta, per tenere viva la memoria del suo grandissimo match. “Mi è capitato di tornare a Flushing Meadows un paio di volte, e tutti mi ricordano con grande simpatia, ma non amo andare spesso ai tornei come fanno tanti altri”. Lui preferisce rimanere sotto traccia, e tenersi per sé le emozioni degli anni passati. Anche se ogni tanto non sa resistere alla tentazione, e alza la cornetta per condividerne qualcuna.

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