LO SVIZZERO CHE… PERDE

Marco Chiudinelli, classe 1981, è natpo a Basilea come Federer. Sono cresciuti insieme.

Marco Chiudinelli, classe 1981, è nato a Basilea come Federer. Sono cresciuti insieme.

[Articolo pubblicato sul numero di marzo 2016 di TennisBest Magazine]

A Pesaro l’ItalDavis ospiterà la Svizzera orfana di Federer e Wawrinka e guidata da un tipo brillante e con le idee chiare: «Sarà una mission impossible». La storia dell’amico (povero, ma non troppo) di RF.

«E l’altro chi è… Chiudinelli?», chiede ridendo Rino Tommasi, mentre il televisore della sala stampa del Palavela di Torino trasmette il doppio più lungo nella storia della Coppa Davis. Qualche minuto prima l’Italia il suo doppio l’aveva già vinto, contro la Croazia, e il giorno seguente sarebbe tornata a superare il primo turno del Gruppo Mondiale dopo quindici anni. Gli svizzeri, invece, quel match contro la Repubblica Ceca (e l’intero confronto) lo persero dopo 7 ore e 2 minuti da record, 24-22 al quinto set, che non sono 46 punti di un moderno long tie-break ma 46 giochi. Poco male: si sarebbero rifatti col titolo dell’anno successivo, grazie alla scelta di Federer e Wawrinka di unire finalmente le forze, facendo un regalo alla nazione, a se stessi e ai compagni, nati nel posto giusto, al momento giusto. Alleluja. Diecimila persona a Ginevra, grande festa, bandiere, sorrisi e nazionalismo a go go, ma poi ognuno per la sua strada. Alla parola “Davis”, Roger e Stan fanno orecchie da mercante, e quando vedono il loro paese in campo con un team da Serie B, probabilmente si voltano dall’altra parte: «Grazie, abbiamo già dato».

Così quando il capitano Severin Luthi ha digitato sul pc i quattro nomi da spedire all’ITF per l’imminente primo turno con l’Italia, dev’essergli scesa una lacrimuccia. Fuori Federer e Wawrinka, dentro Marco Chiudinelli (n.146), Henri Laaksonen (n.177), Adrien Bossel (n.344) e Antoine Bellier (n.678). Di top 100 neanche l’ombra, ma è ciò che passa il convento. Aspetti positivi? Per una volta, forse, Corrado Barazzutti ci risparmierà la frase fatta sull’imprevedibilità della Davis, alla vigilia di una sfida-passeggiata a Pesaro. Con tutto il rispetto del mondo (e pur con la defezione di Fabio Fognini, infortunato agli addominali) non si può aver paura della Svizzera di Chiudinelli, con quel nome dalle chiare origini italiane portato a Basilea dal nonno, emigrato dal Ticino nella Svizzera tedesca.

Tanti lo conoscono perché cresciuto sempre nell’ombra di Federer, meno per i suoi (pochi) risultati. Spiando nel suo profilo ITF i vari ranking di fine anno, c’è un solo raggio di sole. Anno 2009, quello del terzo turno a New York, la semifinale a Basilea e i quarti a Bangkok. Inizia la stagione al piccolo e scivoloso piolo 603, la chiude al bianchissimo gradino di marmo con sopra un 56 luccicante. Fanno cinquecentoquarantasette posti più su in meno di dodici mesi. Il resto, intorno, è poca roba: 387, 282, 479, 779, 178, 282 e altri numeri buoni giusto per la lotteria di paese.Perché un anno sì e gli altri nemmeno per sbaglio? Facile: «Infortuni». Vicino ai primi 100 nel 2005, crac alla spalla, operazione e 9 mesi di stop. Di nuovo 150 l’anno dopo: infortunio al ginocchio, operazione e altri 18 mesi fuori. «Ho ottenuto tanti ottimi risultati – racconta – ma mai con continuità perché ripartire più volte da zero è durissima. Il 2009 è stato il mio unico anno senza problemi e i risultati si sono visti». Poi è arrivato qualche fastidio alla schiena e bye bye top 100. Il messaggio che vuole trasmettere è chiaro: «Se sto bene il mio livello è quello, vicino ai primi 50, ma non sto bene quasi mai». Però negli ultimi mesi il suo tennis sta funzionando, dopo un’operazione al gomito aggiunta alla collezione clinica, sei mesi senza toccar la Wilson dorata e un paio per rimettere a punto gambe, colpi e fiducia.«Le pause hanno fatto male alla classifica, ma bene al mio corpo. Ho 35 anni ma mi sento freschissimo, sono felice di come sto giocando e sono qui per tornare fra i primi 100. Se riesco a star bene, quest’anno penso di avere una chance». Il prossimo, invece, potrebbe non esserci. «Vado avanti anno dopo anno. Nel 2015, se l’ennesimo rientro non fosse andato bene, ero pronto a smettere. Avevo delle opzioni per il futuro, dentro e fuori dal mondo del tennis. Invece ho deciso di giocare un’altra stagione. A settembre valuterò: se sarò numero 200 al mondo vorrà dire che è giunta l’ora di dire basta».

Girovagando per il suo sito ufficiale – sì, ha anche un sito ufficiale – balza all’occhio un diario curato torneo dopo torneo, con testi e fotografie, sin dal 2005, oltre dieci anni fa. «Ora – spiega – è abbastanza normale che i giocatori condividano la propria vita con le persone, mentre quando ho iniziato io, i social media ancora non esistevano. Mi sono adeguato, con Twitter e Instagram, ma sono ancora della generazione da homepage. Raccontare ai fans qualcosa della mia vita mi diverte, ma preferisco limitarmi agli aspetti professionali. Quelli privati li tengo per me». In campo Chiudinelli non è mister simpatia, ma parlando mostra lucidità e intelligenza, non proprio la caratteristica più comune ai globetrotter col borsone. È la persona giusta per fare il punto sulla situazione del tennis svizzero, dato che Federer e Wawrinka non giocheranno in eterno. Ricambi? «A quanto pare non c’è nessun grande campione in arrivo in tempi brevi, ma abbiamo delle donne che giocano molto bene. Cinque stagioni fa era l’opposto, difficile dire cosa succederà fra altri dieci anni. Penso che la Federazione stia facendo un buonissimo lavoro, con ottime persone. Lavorare bene è fondamentale, ma il campione nasce da una combinazione di fattori. Ci vuole anche un po’ di fortuna». Già. La Svizzera non è la Francia o la Spagna: è un paese piccolo, quindi un bacino di giocatori limitato da cui attingere per costruire il campione. E poi ce l’hanno già fatta due volte in tempi piuttosto recenti, mica è sempre festa. «Ma abbiamo comunque dei nomi interessanti, come Johan Nikles e Marko Osmakcic, due ragazzi che hanno seguito la nazionale come sparring in Belgio, lo scorso anno. La speranza è che dalla generazione dei 14enni possa saltare fuori un gran giocatore».

Chiudinelli la Davis la conosce come le sue tasche, non solo perché l’ha vinta tante volte quante Federer, Djokovic o Murray (cioè una) ma perché quella nelle Marche sarà la sua sedicesima apparizione in Nazionale, tante quante Fognini, per intenderci. La differenza è che di Fabio si ricorda la splendida vittoria con Murray sul lungomare di Napoli, di Marco la sconfitta insieme a Wawrinka dopo sette ore abbondanti, contro Berdych e Rosol. «Non ci ho dormito per due mesi», racconta col ghigno di chi vorrebbe scherzare, ma in realtà sta dicendo la pura e semplice verità. Quel match l’ha ferito moltissimo. Con Federer sul divano di casa, poteva finalmente essere lui al centro dell’attenzione, invece ha chiuso con un doppio fallo sul match-point e se lo ricorda benissimo. «Il lunedì successivo ho guidato per quattro ore da Ginevra fino a Bergamo, per il Challenger, pensando tutto il viaggio a quella sconfitta. Era un punto cruciale, saremmo andati sul 2-1, con chance di vittoria in entrambi i singolari della domenica. È stato comunque speciale essere parte di un record, ma solo il titolo dell’anno seguente mi ha fatto dimenticare quella sconfitta».

La Davis gli ha regalato anche qualche soddisfazione personale, sparsa in dieci anni, con sei vittorie in singolare e una in doppio. «Il titolo del 2014 è probabilmente il risultato più importante della mia carriera. Il 98% del merito è di Federer e Wawrinka, ma con Lammer ho vinto un doppio contro la Serbia, in parte abbiamo contribuito anche sul campo. E poi ricordo i successi contro Verdasco e Ferrer (la seconda a punteggio acquisito, nel 2007, anno di un altro doppio interminabile perso, n.d.r.), ma anche il mio match d’esordio: era il 2005 e lottai cinque set contro Schalken a Friburgo, c’era un’atmosfera splendida».

Difficilmente la ritroverà all’Adriatic Arena, dove il pubblico aspettava due top five, invece troverà lui più altri tre semi sconosciuti. Chiudinelli è onesto, sa benissimo a cosa vanno incontro. «Ci presenteremo con un team molto scarso per il World Group -, ammette senza giri di parole -.Contro gli italiani, sulla terra battuta, sarà una vera mission impossible». Ha ragione: in carriera, lontano dal veloce, lui ha combinato pochissimo, giusto un quarto di finale ATP e qualche match vinto qua e là. E pure Laaksonen – finlandese (come mamma) fino al 2011, svizzero (come papà) due anni dopo essersi trasferito da Hyvinkää alla più mite Bienne – gioca meglio sul duro. «Pur sfavoriti, avremmo avuto più chance in casa. In una giornata buona, su un campo veloce indoor, posso battere avversari di livello». Lui sì, l’ha dimostrato più volte. Ma gli altri? Laaksonen ha già fatto l’eroe lo scorso anno in Belgio, vincendo due singolari in 5 set contro Bemelmans e Darcis, ma i miracoli sono tali perché riescono una volta nella vita.

L’unico che poteva (forse) combinare qualcosa è Yann Marti: gran talento e braccio magico, ma poca costanza e ancor meno cervello. A Pesaro non ci sarà perché si è auto-escluso lo scorso anno, abbandonando i compagni a Liegi quando – pur senza Federer e Wawrinka – Luthi non l’ha scelto per i singolari del venerdì. Chiudinelli, infortunato, era comunque presente in veste di coach.«Marti ha fatto qualcosa di molto deludente. A livello di ranking partivamo nettamente sfavoriti, ma credevamo comunque di avere qualche chance, specialmente restando molto uniti. E infatti siamo arrivati sul 2-2. Marti non la pensava come noi e se n’è andato. Una storia triste, non mi va di parlarne».

Pare invece che l’abbia fatto molto animatamente con il diretto interessato. Anche se Wikipedia non va mai presa come legge, la scheda di Marti dice che dovrebbero essere venuti alle mani.

La vita di Chiudinelli, dentro ma anche fuori dal campo, è indissolubilmente legata a Federer, quell’ombra gigante che lo accompagna sin da bambino e non gli ha mai permesso di brillare di luce propria. Nemmeno quando nel 2009 ha vinto il premio dell’ATP per il Comeback of the Year. Da chi gliel’hanno fatto consegnare? Roger. Entrambi di Basilea, nati a un mese di distanza l’uno dall’altro e cresciuti con le stesse ambizioni. Solo che poi uno ha vinto 17 Slam, l’altro tre Challenger, l’ultimo la scorsa settimana a Wroclaw, Polonia. «La sua presenza è positiva. Senza Roger e Wawrinka io sarei stato numero uno di Svizzera per dieci anni, ma chi lo segue uno sport in cui il migliore del suo paese è 100 al mondo? Tutti i giocatori di seconda fascia hanno beneficiato della presenza di Roger, che ha reso il tennis così popolare. Non possiamo che essergliene grati», dice mentre sbircia l’ora sul suo G.Gagnebin&Cie, brand di orologi che non solo l’ha preso come testimonial, ma gli ha addirittura dedicato un’edizione limitata col suo autografo (!) sul quadrante. Conferma ciò che ha appena detto: prima che Federer mettesse d’accordo 26 cantoni a suon di trionfi, uno che fra i top 100 ci è passato giusto un annetto avrebbe mai fatto il testimonial di qualcosa? Nell’euforia post-Davis è successo anche questo. Dunque grazie Roger, di nuovo.

In rete su di loro se ne leggono di tutti i colori: da piccolissimi hanno giocato insieme a calcio, si sono iscritti al Tennis Club Old Boys di Basilea prendendo insieme la prima lezione, erano le pecore nere del gruppetto d’allenamento, hanno avuto lo stesso maestro, viaggiato insieme per anni, diviso gli stessi allenatori, gioito e pianto insieme, giocato a ping-pong, squash e tanto altro.

E tutt’ora talvolta escono insieme, magari per andare allo stadio a tifare Basilea. Ma sul loro rapporto personale, Chiudi preferisce non schiarirci troppo le idee. Alla prima domanda taglia corto: «Roger è un amico d’infanzia, come ne ho tanti altri», alla seconda chiude. C’è da capirlo, chissà quante volte le sue interviste sono virate sul tema Federer. Ormai è preparato, sembra che aspetti solamente la domanda per poi recitare il classico«I’m here (al Challenger di Bergamo, n.d.r.) to play the tournament, not to speak about Roger». Ok, pardon.

L’intervista è finita. L’assegno-premio di 1.6 milioni di euro per la vittoria in Davis, gentile omaggio del ‘gemello buono’ che invece di tenersi tutto (o quasi) per sé ha deciso di lasciarlo ai compagni, l’ha reso uno dei mai-top-50 più ricchi di sempre. Ma non è bastato per sanare un complesso d’inferiorità lungo oltre vent’anni. RF pesa troppo, da sempre e per sempre. Come quell’amico d’infanzia che fra i banchi di scuola era indisciplinato proprio come te, ma oggi ha un lavoro migliore, una famiglia felice e una qualità della vita nettamente superiore. Mentre tu, solo, stai ancora aspettando il treno giusto. Quello che da Pesaro non passerà mai.

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