L’AMERICANO “BUONO” VIENE DA SKOPJE?

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Stefan Kozlov, classe 1998, statunitense

[Articolo pubblicato sul numero di luglio 2016 di TennisBest Magazine]

Rimasto fuori per un soffio dalla “Next Generation”, Stefan Kozlov sta crescendo ed è già top-200 ATP. Figlio di russi emigrati in Macedonia e poi negli Stati Uniti, da qualche anno è seguito dai coach USTA. Sarà il prossimo americano a vincere uno Slam?

Milano, 22 maggio 2012. Trofeo Bonfiglio, campo 9 del Tennis Club “Alberto Bonacossa”. Spalti gremiti, grande attesa, c’è l’esordio di Quinzi. Contro chi? «Un pischello americano». L’enfant prodige azzurro vince il match (e poi anche il torneo) senza troppe difficoltà, 6-4 6-0, e gli spettatori se ne vanno contenti, sicuri di aver visto un nuovo campione. Chi il tennis lo conosce un tantino in più, invece, piuttosto che Quinzi nota l’altro, il pischello americano, al secolo Stefan Kozlov. A 14 anni gioca (e bene) fra gli under 18, il rovescio è poesia: facile, fluido, veloce, preciso. La mano educata: lob, smorzate, volèe. La testa sorprende. La sconfitta sta nell’ordine delle cose, e il giudizio è unanime: in futuro ne sentiremo parlare. Quattro anni dopo quel futuro non è ancora arrivato, ma nemmeno la sua data di scadenza. Stefan è cresciuto, il ranking ATP dice 176 a 18 anni: se non ti chiami Becker o Chang è tanta roba, per dirlo con le parole dei suoi coetanei. Lui si chiama Stefan in onore di Edberg («non l’ho mai incontrato di persona ma mi piacerebbe conoscerlo, mi piace il suo stile di gioco»), ed è una delle “next big things” del tennis a stelle e strisce, anche se i lineamenti del viso lo collocano da tutt’altra parte. L’ID non inganna: nato a Skopje, Macedonia, da genitori russi emigrati nel periodo di depressione dell’economia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. E poi? «Quando avevo sei mesi – racconta – ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, vicino a Miami. Papà gestisce una grande accademia, ehm, non grande, diciamo normale, a Pembrooke Pines, dove viviamo. Ho iniziato a giocare lì, passandoci un sacco di tempo sin da piccolissimo. È una bella struttura, c’è un bell’ambiente, non potevo avere di meglio».

Scorrendo il sito della Kozlov Tennis Academy, colpisce il profilo di papà Andrei. Uno che ha chiamato i figli Stefan e Boris in onore di Edberg e Becker («e il secondo può diventare più forte del primo, me l’ha detto Bollettieri»), è già un personaggio curioso di per sé, e la bio non tradisce. In sintesi, si definisce un santone, che sa cosa serve per costruire i campioni, e lo fa con passione e “metodi non ortodossi”. Impossibile non chiedergli cosa voglia dire. «Significa non seguire la norma, pensare in maniera diversa. Se piove ci alleniamo comunque, scivolando sui campi come fossero in terra battuta. L’età dei ragazzi non importa, li facciamo allenare come dei professionisti, per farli sentire tali. Non è per tutti, la gente non ama il cambiamento, ma i nostri risultati parlano per noi». E per costruire i campioni, qual è la ricetta? «Disciplina, prima di tutto. Presentarsi presto, andarsene tardi, allenamento fisico, cuore, poche scuse. E un po’ di fortuna per evitare gli infortuni». Tutto bello, ma funziona? Con il figlio pare lo stia facendo a dovere. «Con Stefan ho iniziato quando aveva quattro anni, per renderlo un grande tennista ma anche la miglior persona possibile. Mi sarebbe piaciuto vederlo vincere un torneo del Grande Slam a 18 anni, ma non è ancora successo. Però sono fiero dei suoi risultati. Credo abbia bisogno ancora di un paio d’anni per essere pronto». Nonostante l’abbia plasmato a sua immagine e somiglianza, mister Kozlov ha avuto il cervello per affidare il giovane a qualcun altro, lezione che pare non aver trasmesso al suo amico Sergio Giorgi, in passato transitato anche da loro. «Da quando ha 13 anni Stefan è seguito dai tecnici della USTA, perché io sono impegnato all’Accademia: devo lavorare per portare avanti la mia famiglia». Nel caso di Kozlov junior, prima c’è stato per tre anni l’argentino Nicolas Todero, poi, per un paio di mesi fra dicembre e gennaio, l’ex top-15 Andrei Cherkasov, quindi da marzo di quest’anno Stanford Boster, sempre della USTA. «Suo padre – racconta Boster – sarà sempre una parte importante della sua vita e della sua carriera. Lo tengo informato di tutto ciò che facciamo e dei progressi di Stefan, ma mi ha dato piena libertà e fiducia».

Di comune accordo, coach e padre hanno deciso di spedirlo spesso in giro da solo: i 18 anni li ha compiuti, non si tratta di abbandono di minore. E per di più funziona. A inizio anno Stefan ha vinto un paio di Futures, così hanno replicato a maggio, mandandolo in Europa per le qualificazioni del Roland Garros e un paio di Challenger. «Credo che girare da solo serva a un giocatore per diventare più forte – continua il padre – perché molto spesso, specialmente i più giovani, hanno un sacco di persone che li circondano e si occupano di tutto. Così, quando un ragazzo esce dai tornei juniores non è capace di fare nulla da solo. Nel mondo dei pro viene prima il giocatore, poi il coach, quindi la famiglia». A qualcuno, in Italia, fischieranno le orecchie, ma così è. Lo conferma Boster: «Gli do un sacco di libertà, per permettergli di compiere i suoi errori. È un ragazzo maturo». Lo si vede anche al ristorante del Tennis Palladio di Vicenza, a migliaia di chilometri da casa. A 18 anni, in tanti aspetterebbero solo quello per uno strappo alla regola. Lui invece siede al primo posto libero e tenta addirittura di ordinare in italiano. La resa è quella che è, ma la cameriera capisce: pasta al pomodoro, pollo e acqua naturale. Non deve nemmeno giocare, quindi chapeau. Kozlov è un tipo tranquillo, serio, un lavoratore. Mostra una discreta intelligenza, in campo e fuori. Boster parla di “advanced tennis brain”, di capacità di capire il gioco in anticipo, di usare tutto il campo. Mica male a 18 anni. «Pensa molto, aspetto che a volte in campo lo rallenta. Ma di natura è un vincente, sa come si vincono le partite: è qualcosa di importantissimo. E poi ascolta, si applica, è molto ricettivo. Lui ci mette la testa, io gli sto dando gli strumenti fisici e mentali per far rendere al massimo le sue qualità».

Fisicamente non sarà mai un mostro, ma sta iniziando a formarsi, qualcosa si vede. Giura di essere alto 6 piedi. «In centimetri? Lo sapevo ma me lo sono dimenticato». Gli viene incontro l’iPhone: fanno 1 metro e 83. L’ultimo più basso di lui a vincere uno Slam è stato Gaston Gaudio, Parigi 2004. Sotto una certa altezza non si vince, o così pare. «Ma ogni cosa ha i suoi aspetti positivi e negativi. Chi è più alto può servire molto meglio, ma non si può muovere così bene. Dicono che l’altezza ideale per un tennista sia 6.2 piedi (1,89, ndr), mi mancano solo due pollici». Sempre in tema di Major, vicino a Gaudio c’è Roddick, l’ultimo statunitense a vincerne uno, lo Us Open 2003, cinquanta (!) Slam fa. La generazione attuale, finalmente, sembra quella buona per imitarlo: in quattro hanno vinto almeno uno Slam fra gli juniores. Ma chi ha più chance? «Difficile dirlo: tutti hanno ottime qualità, ma ognuno è diverso. Ci spingiamo a vicenda, stiamo facendo le cose bene. Qualcuno è già arrivato molto in alto, come Taylor Fritz, per gli altri c’è ancora tempo. È positivo avere davanti uno come lui che sta facendo così bene, perché fino a poco tempo fa giocavamo insieme, quindi sappiamo che anche noi possiamo arrivare fino a lì». È d’accordo Martin Blackman, da un annetto il responsabile tecnico della USTA, che a dispetto di un cognome da cattivo delle favole si prende cura di tutti i suoi giovani. La domanda è quasi retorica: meglio un gruppo di una decina di talenti come quello attuale, o meglio i cosiddetti “pochi ma buoni” da poter seguire alla perfezione? «Meglio la quantità. Abbiamo un bel gruppo di giocatori e per ognuno di loro il rapporto con la USTA e il supporto che ne deriva è differente, in base alle varie esigenze. Abbiamo le risorse per supportarli tutti. Stefan è un ragazzo molto intelligente, capisce il gioco prima degli altri, è in continua crescita. E poi è molto disciplinato, seguendo i giusti piani riuscirà a esprimere tutto il suo potenziale. Non voglio fare previsioni, ma credo avrà una grande carriera. I suoi successi da junior mostrano che sa come si vince».

Già, i successi da juniores: numero 2 al mondo, finalista ad Australian Open e Wimbledon, vincitore all’Orange Bowl. Tutto a 16 anni. Ma Kozlov è sempre stato un fenomeno di precocità. Basta aprire Google, digitare “Stefan Kozlov youngest” e sembra di sfogliare il Guinness World Records. Il più giovane a entrare nei primi 20 del ranking under 18, il più giovane a conquistare punti ATP, il terzo statunitense più giovane a raggiungere una finale Challenger (dietro a Chang e Agassi, mica Evans e Young), il più giovane fra i primi 200 ATP, e tanto altro. «Quando la pressione cresce non è facile da controllare, ma raggiungere certi traguardi è stato bello. Le prime esperienze, le prime difficoltà, tanto divertimento. Però ormai la gran parte di questi traguardi appartengono al passato: ora sono nel mondo dei professionisti ed è tutto diverso. I giocatori sono diversi, a livello Challenger sono già tutti competitivi, si gioca per i “lunch money” (letteralmente: i soldi per il pranzo), è difficile. La transizione dai tornei juniores al mondo dei “pro” è impegnativa, serve tempo per diventare forti fisicamente e mentalmente. E poi l’ambiente è totalmente diverso. Si passa dai grandi palcoscenici degli Slam a dei piccoli club per i Futures, ma il tennis che conta è questo. Il mondo junior non ti prepara per il professionismo, appena ho potuto l’ho lasciato». Eppure, nonostante tutto ciò, dalla NextGen è rimasto tagliato fuori. L’ATP l’ha lanciata a Indian Wells scegliendo tutti i nati dal 1995 (compreso) in poi che fossero fra i primi 200. Lui ci è entrato un mese e mezzo più tardi. «È tutta la vita che competo con questi ragazzi, ed essere rimasto fuori per questione di tempo un po’ mi ha ferito. Ma poi ho capito che devo solo continuare a lavorare e crescere per raggiungerli». Il suo inizio di stagione è stato positivo: ha vinto tre Futures da 25.000 dollari, raggiunto una finale Challenger, scalato quasi 200 posizioni da gennaio. Eppure non è soddisfatto al 100%: «Avrei potuto fare meglio».

Forse si sarebbe ricreduto qualche giorno dopo, quando ha centrato i quarti di finale all’ATP di ‘s-Hertogenbosch, anche se poi a Wimbledon è andata male. Fuori al primo turno delle qualificazioni, battuto nettamente dal russo Medvedev. Ma il tennis è così: un giorno “up” e l’altro “down”. «Il tennis è uno sport individuale, sei il solo responsabile di te stesso. A volte diventa difficile da sopportare, nel corso dell’anno si perde praticamente tutte le settimane. E poi per noi americani è necessario stare in Europa almeno un paio di mesi consecutivi, lontano dalla famiglia, dagli amici. Non è facile, ma amo quello che faccio, amo il tennis». Eppure, come tanti suoi coetanei e connazionali, preferisce trovare ispirazioni altrove. «Adoro Dwayne Wade, e poi guardo tutte le partite di football dei Miami Dolphins, mi piacciono tutti i giocatori. Non è uno sport comparabile al tennis, ma è una buona fonte d’ispirazione». E nel tennis? «È facile dire Federer, ma non è facile imitarlo. Provo a ispirarmi a Murray, ma mi piace prendere qualcosina da ognuno, mi piace osservare i top player, serve a imparare». Nessuna menzione per Agassi, eppure qualche tempo fa ha raccontato all’ATP di sognare un doppio insieme a lui. «Vero, è uno dei miei idoli. Ho visto tanti suoi match, adoro il suo modo di giocare e ho sentito dire che è una gran persona. In passato qualcuno ha paragonato il mio tennis al suo, per me è un grande complimento. Un onore». Proprio Agassi è stato uno dei suoi soli tre connazionali a vincere al Roland Garros nell’Era Open, insieme a Chang e Courier. A conferma che sulla terra rossa gli statunitensi fanno fatica. «Non è una legge, per ognuno è differente, ma credo sia complicato essere particolarmente preparati su una superficie che negli Stati Uniti praticamente non esiste. Ci giochiamo pochissimo, ma c’è comunque qualcuno che sa essere competitivo. A me piace giocarci, anche se non credo sia la mia superficie migliore. Meglio il cemento, o anche l’erba».

«Stefan ha tutti i colpi, può diventare un top ten», ha sentenziato lo zio Sam, aka Querrey, quando l’ha battuto in finale lo scorso anno a Sacramento, impedendogli di diventare il più giovane di sempre a vincere un Challenger. Un’investitura sentita da tanti e per tanti, con un margine d’errore immenso. «Prevedere certi risultati a un’età così giovane – ha detto Boster – è molto difficile. Troppe cose devono andare nel verso giusto, solo il tempo ce lo dirà. Però credo che Stefan abbia il potenziale per fare tutto ciò che vuole. Gli unici limiti sono quelli che si pone lui stesso. Sono molto soddisfatto di ciò che abbiamo fatto in questo breve periodo insieme, ci sono stati degli alti e bassi ma non potevo chiedere di meglio». A livello di obiettivi, però, non sembrano molto d’accordo. Secondo il coach, il progetto sarebbe top-100 entro la fine del 2017, top-50 due anni più tardi. Stefan, invece, vuole bruciare le tappe. «Mi piacerebbe entrare nei primi 100 entro la fine dell’anno. E poi sogno la top ten e uno Slam: lo Us Open, o anche Wimbledon. Ma è difficile fare previsioni, entrano in gioco tanti aspetti, ora devo solo cercare di continuare sulla strada giusta». In campo, certo, ma – aggiungiamo noi – anche nelle interviste. Sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore e un caloroso saluto alla fine, con tanto di pacca sulla spalla e «buona fortuna». Forse l’hanno solo istruito a dovere, forse no. Nel dubbio vien da dargli fiducia. Come 4 anni fa al Trofeo Bonfiglio.

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