LA NUOVA RICETTA DEL ‘BOLE’

Simone Bolelli (Getty Images)

Simone Bolelli, classe 1985 (Getty Images)

[Intervista apparsa giovedì 10 dicembre su TennisBest]

L’INTERVISTA – A 30 anni, dopo una stagione buona a livello di continuità, Simone Bolelli guarda al futuro con determinazione. “D’ora in avanti il fisico sarà la chiave di tutto. Se riuscirò a star bene potrò fare cose mai fatte”. E su quella previsione di Toni Roche…

Se ci fosse una classifica di lucidità nelle interviste, fra i tennisti italiani Simone Bolelli sarebbe il leader indiscusso. Magari non regalerà mai lo strillone, la classica dichiarazione forte da sparare in copertina, perché è piuttosto introverso e molte cose preferisce tenerle per sé. Non a caso, della sua vita privata si sa pochissimo, e i social li usa col contagocce. Ma quello che dice lo dice come si deve, senza troppi giri di parole, con onestà. Senza esaltarsi nelle cose positive e senza nascondersi in quelle meno positive. Il suo 2015 è stato entrambe, dipende da che angolazione lo si osserva. L’inizio prometteva qualcosa in più di una 58esima posizione a fine anno, ma c’è stato anche qualche problema fisico di troppo a condizionarne il cammino. E allora è meglio guardare gli aspetti migliori: dalla vittoria in doppio all’Australian Open ai primi due successi in carriera contro dei top 10, Milos Raonic e Tomas Berdych, più sette quarti di finale nel Tour. Il tutto a 30 anni, dopo un paio di operazioni al polso che gli hanno salvato la carriera. Significa che nel circuito ATP c’è ancora spazio anche per lui. È il primo a saperlo, e si sta attrezzando per farsi trovare pronto. Con delle convinzioni tutte nuove.

Escludendo la vittoria in doppio a Melbourne, qual è il ricordo più bello che ti resta dal 2015?
Ce ne sono tanti. Sicuramente uno è lo spareggio di Coppa Davis in Russia, la vittoria con Fabio nel doppio. Forse però l’emozione più grande, Melbourne a parte, è stata la partecipazione alle ATP Finals. Un’esperienza nuova per entrambi. Inaspettata, ma allo stesso tempo cercata. In singolare, invece, il mio miglior tennis l’ho giocato al Roland Garros. Ho vinto due match in tre set e poi sono andato avanti 2-1 contro Ferrer, giocando un tennis pazzesco.

Dopo l’ottimo inizio, ti aspettavi un anno diverso? Il ranking dice -3 rispetto a fine 2014…
Volevo sicuramente chiudere più in alto in classifica, ma da marzo mi sono portato dietro un po’ di problemi e non sono riuscito a trovare continuità. Ho fatto fatica a star bene dal punto di vista fisico, principalmente per un problema al ginocchio sinistro. Ho una calcificazione al tendine che si collega al quadricipite, e ogni volta che la gamba sta piegata mi fa male, quando carico sento male. Ho fatto delle onde d’urto dopo Wimbledon e altre a ottobre, il processo di guarigione è ancora in atto, ma dovrebbe sistemarsi a breve. Poi dopo la trasferta asiatica non ho giocato indoor a causa della febbre. Ma sono comunque contento del mio anno: sono cresciuto tatticamente e fisicamente, e ho chiuso con una classifica che mi permette di essere sempre in tabellone. Visti i problemi che ho avuto, va bene così.

Quindi la tua assenza alle finali di Serie A1 è dovuta al ginocchio?
No, a un problema alla caviglia. Durante l’ultimo doppio a Londra ho sentito una fitta, ho continuato a giocare e probabilmente ho peggiorato la situazione. Per un paio di giorni ho zoppicato, e ora sono fermo da oltre due settimane. Spero di tornare in campo a metà dicembre.

Nel 2015 hai giocato sette quarti di finale nel circuito, senza mai superarli. Lo vedi come un rimpianto o significa che hai gettato una base di continuità per l’anno prossimo?
In alcuni di questi tornei ho avuto delle chance, come a Sydney contro Troicki o a San Pietroburgo contro Sousa, ma nel complesso lo vedo positivamente. Ho battuto due top ten, cosa che non mi era mai riuscita prima, ho trovato un buon livello medio e sono tornato con continuità nel circuito maggiore, dopo che nel 2014 avevo giocato tanti Challenger.

Il passo in più che ci si aspetta dal 2016 da dove deve partire?
Ho 30 anni, e penso che adesso la chiave di tutto sia star bene fisicamente. Se ci riesco penso di poter esprimere ancora un gran tennis, e magari fare cose che non ho mai fatto prima. Mi sento ancora molto bene in campo, mi piace giocare. Credo di poter dare ancora molto al tennis.

Il cambio di coach è servito a darti le motivazioni che cercavi?
Sì, mi sono trovato bene sia con Galimberti sia con Torresi, da questo punto di vista penso di aver fatto un buon anno. E poi ultimamente ho cambiato anche il preparatore atletico, iniziando a lavorare con Stefano Baraldo. Lo ritengo molto esperto sul lato fisico e atletico, e in più capisce molto anche di campo. E poi è anche fisioterapista, aspetto che secondo me adesso diventa fondamentale. Inizio a sentire vari acciacchi, poter portare con me una persona che si occupa anche di quello è molto positivo.

La situazione a tre coach crea degli svantaggi?
È molto importante essere sulla stessa linea di pensiero. Edoardo (Infantino, ndr) mi sta aiutando ormai da 3-4 anni, e mi ha dato molta fiducia. Io credo molto in lui come allenatore, penso sia uno dei migliori che ci siano nel nostro sport. Galimberti e Torresi stanno cercando di portare avanti il lavoro che da anni abbiamo impostato con Infantino. Ora dobbiamo organizzarci per il 2016, ma la scelta è stata positiva.

Quest’anno hai affrontato Djokovic, Federer e Nadal. Il più impressionante è davvero Novak?
Adesso sì. È riuscito a trovare un equilibrio interno a sé e col suo team che è difficile da rompere. Sta creando anche agli altri giocatori una sorta di pressione psicologica, perché vince sempre lui, e i suoi diretti concorrenti accusano la situazione. Negli ultimi sei mesi dell’anno ha tenuto un rendimento pazzesco. Adesso come adesso fa più paura del miglior Federer, o del grande Nadal sulla terra battuta. Rispetto a tutti gli altri è molto più forte. L’unico che può ancora dagli fastidio è Federer, con i suoi schemi e le sue varianti.

Tra te e Fognini, chi tiene di più al doppio?
Entrambi. Rimaniamo sicuramente giocatori che danno priorità al singolare, ma avendo vinto uno Slam a inizio stagione ci siamo dovuti per forza concentrare anche sul doppio. Giocare ogni settimana singolare e doppio è faticoso, porta via energie, però il doppio aiuta parecchio: riflessi, gioco di volo, servizio, risposta. E anche dal punto di vista della fiducia. Vincere uno Slam non è come vincere un altro torneo, dà grande consapevolezza. Credo che sia a me sia a Fabio sia servito molto per il singolare.

Per il futuro può diventare la tua specialità o non ti vedi ancora nel Tour intorno ai 35 anni?
Se ci penso ora lo vedo lontano, ma non lo escluso. Quando uno smette col singolare bisogna vedere come sta, che obiettivi e che stimoli ha. Sicuramente è una carta da tenere in considerazione.

Com’è stato vedere una finale di Coppa Davis fra Gran Bretagna e Belgio? L’Italia non ha Murray, ma è più forte di entrambe…
Questo ci dà forza, significa che anche noi possiamo puntare ad arrivare in finale. L’anno scorso abbiamo raggiunto la semifinale, mentre quest’anno siamo stati un po’ sfortunati a pescare il Kazakistan in trasferta. In casa, sulla terra, sarebbe cambiato tutto. Comunque l’Italia ha giocatori molto forti in singolare, un buon doppio e soprattutto una squadra di gente che ci tiene. Abbiamo le carte in regola per far bene, già dal 2016. Credo e spero che Federer al primo turno non verrà, e se non venisse nemmeno Wawrinka saremmo più rilassati. Ma già poter giocare in casa è un buon punto di partenza.

Cosa ne pensi di questa nuova veste di Fognini, vicino al matrimonio?
Gli ho chiesto se era sicuro, perché dopo non si può tornare indietro (ride, ndr). A parte gli scherzi, lo vedo molto bene con Flavia. Sono molto affiatati, è una coppia che mi piace, così come ho sempre apprezzato Flavia come ragazza. Se Fabio ha fatto questa scelta vuol dire che se la sente, è sereno.

Come è cambiato il Bolelli persona in tutti questi anni?
La differenza principale è che adesso riesco a capire quali sono le cose che mi fanno bene e quali invece quelle che mi fanno meno bene. Cerco di allenarmi sempre con molta precisione, e toccare gli aspetti che sono importanti nel mio gioco, per come devo e dovrò cercare di esprimerlo. C’è molta più consapevolezza rispetto agli anni passati. Anche più lavoro, più esperienza.

Come sono cambiati i tuoi obiettivi da quando sei entrato la prima volta nei top 100 a oggi?
Gli obiettivi cambiano di anno in anno. Ora punto a crescere molto tatticamente e nel livello di gioco. La chiave è quella: saper esprimere un buon livello di gioco e star bene. Non cerco più di andare in campo per giocare la partita come viene, cerco di proporre un certo tipo di gioco.

Credi ti abbiano tolto di più le due operazioni al polso o la lunga crisi di risultati fra 2009 e 2011?
Un po’ entrambe le cose. Gli anni 2009-2011 hanno rappresentato un brutto periodo, in cui ho raccolto poco e chiuso per due stagioni fuori dai top 100. Non sono riuscito a esprimermi bene, a trovare delle buone condizioni. Gli infortuni invece fanno parte del gioco, purtroppo vanno accettati. Mi dispiace che nel 2013 non abbiamo capito subito quale fosse l’entità del problema, anche se in cuor mio sentivo che era piuttosto grave. Non è facile ripartire ogni volta. Anche se un’operazione è ben fatta, come è capitato a me grazie al dottor Vilarò dell’equipe di Cotorro (il famoso medico delle ginocchia di Nadal, ndr), non sai mai come puoi tornare, se i movimenti saranno uguali a prima. Fortunatamente ora è tutto a posto, Vilarò mi ha salvato la carriera. Non giocare per dieci mesi significa dover ricostruire tutto, ci vuole molto aiuto dall’esterno, specialmente in un caso come il mio. Dopo quel brutto periodo ero finalmente tornato nei primi 100 e mi sono fatto male. Però ho sempre creduto di poter tornare in alto.

Di Simone Bolelli si dice sempre “il bravo ragazzo”, “il bravo ragazzo”. Non ti ha stancato?
Io cerco sempre di essere me stesso in tutte le situazioni. Sono un giocatore di tennis, mi piace quello che faccio. Cerco di comportarmi maniera naturale, se sono bravo o meno non lo posso dire io. Ma questa veste mi piace.

Quel ragazzo entrerà nei primi 10”, disse di te Tony Roche. Ci credi ancora?
Forse nel 2016 no, ma credo sicuramente di poter battere il mio best ranking. Quello di chiudere l’anno prossimo intorno alle trentesima posizione della classifica è un obiettivo che mi piace, lo vedo fattibile. Riuscendoci, poi negli anni successivi si potrà puntare a fare ancora meglio.

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SALVADOR, DI NOME E DI FATTO

Salvador Navarro e Flavia Pennetta (Tonelli/FIT)

Flavia Pennetta e Salvador Navarro (Tonelli/FIT)

[Intervista pubblicata mercoledì 16 dicembre su TennisBest]

L’INTERVISTA – Il miracolo Pennetta allo Us Open ha più di un artefice, ma il principale è Salvador Navarro, che l’ha rimessa in sesto quando tutto pareva finito. Un personaggio di cui non si sa granché, perché ai proclami preferisce i fatti e lascia parlare i risultati.

Salvador Navarro è un uomo di poche parole, schietto, diretto, chiaro. È difficile trovare informazioni su di lui persino in rete, ma della sua carriera da coach racconta tutto il nome: Salvatore. Prima di Ferrero e Robredo, poi – col grazie dell’Italia intera – di Flavia Pennetta. Con un polso appena operato, il ranking a tre cifre e i dubbi sul futuro che bussavano alla porta, la brindisina stava meditando di cambiare aria, ma lui l’ha rimessa in sesto come se nulla fosse, con le due regole più semplici del mondo: tanto impegno e ancor più convinzione. Tutti le conoscono, ma in pochi le sanno applicare come Dio comanda. Lui è fra quelli. Niente proclami e tanti fatti, dal primo all’ultimo minuto, a inizio allenamento come alla fine. Ecco perché quando la sua strada ha incontrato quella di una che di stare in campo ore e ore non ha mai avuto paura, non poteva che nascerne una favola, col lieto fine più dolce. Un successo Slam, allo Us Open, a 33 anni, quando a meno che ti chiami Serena Williams di spazio per nuovi trionfi Slam la bacheca non dovrebbe averne più. Flavia e ‘Salva’ si sono seduti a un tavolo, hanno progettato il futuro e lavorato su tanti accorgimenti. E alla fine quello spazio l’hanno ricavato. Come? L’abbiamo chiesto a lui.

Ricordi il primo torneo con Flavia?
A Marrakech, aprile 2013. Io e Flavia ci conoscevamo già da tempo, ma era la prima volta che allenavo una donna. Non sapevo se ne fossi in grado oppure no, ma devo dire che il primo impatto mi è piaciuto molto, mi sono trovato bene fin da subito. Ho sempre avuto fiducia in Flavia, ho sempre ceduto che sarebbe potuta tornare in alto. Abbiamo lavorato con quell’obiettivo, e una volta ritrovato un buon livello abbiamo puntato a qualcosa di grande.

A Marrakech Flavia era 113 del mondo, quest’anno è arrivata fino alla sesta posizione. Qual è stata la parte più difficile di questo percorso?
Tutto e niente, perché lei è una grande lavoratrice, ascolta tanto e capisce subito cosa bisogna fare. Diciamo che magari ho fatto un po’ di fatica a guidarla sotto l’aspetto mentale, ma credo sia un discorso comune a tutte le giocatrici. Sono più emotive degli uomini, è fondamentale saperle prendere nel modo giusto, e a volte non è facile. Ma va fatto.

All’inizio, credevi fosse possibile arrivare fin lassù?
Quando si inizia a lavorare non si guarda così lontano, non ci avevo nemmeno pensato. Ma quando Flavia è tornata a giocare bene, ha ritrovato le motivazioni ed è salita nel ranking, io sinceramente ci credevo. Pensavo si potessero ottenere buoni risultati, ma forse non vincere uno Slam. Quello è qualcosa di magico.

E come si vince uno Slam?
Non c’è un segreto. È una cosa che arriva. Vai avanti, vai avanti, dai sempre il massimo e te lo ritrovi. È fondamentale crederci sempre, lavoro e fiducia. Ma non c’è una via, un modo. Arriva.

<Durante lo Us Open, quando hai capito che si poteva fare?
In finale (ride, ndr). Ho provato a vivere quel giorno come fosse uno qualsiasi: allenamento al mattino, solita routine, senza cambiare nulla. Anche se ovviamente c’era un po’ di tensione in più, e tanta emozione che è venuta fuori dopo il successo.

Cosa hai detto a Flavia quando è venuta ad abbracciarti?
“Sei grande, hai fatto la storia”.

Si è parlato tanto del tuo lavoro: colpi, testa, motivazioni, stile di gioco. Secondo te dove si è visto di più?Il passo più importante è nella fiducia che Flavia ha preso in sé stessa, già prima della vittoria allo Us Open. Ci sono stati alcuni risultati fondamentali, su tutti la semifinale a New York del 2013 e la vittoria dell’anno dopo a Indian Wells. Due momenti sinonimo di un’evoluzione. E poi anche nel servizio, nel diritto. Ma pure nel rovescio. Il lavoro svolto ha dato i suoi frutti un po’ dappertutto. Nulla di specifico, ma tante piccole cose che messe insieme hanno fatto la differenza.

Come reagisce un coach quando il proprio allievo gli confessa di voler dire basta?
Mi sono fidato della sua decisione, me l’ha comunicata due settimane prima dello Us Open. Sono scelte personali, un allenatore le deve rispettare, non ho nemmeno pensato di provare a farle cambiare idea. Anche perché nel caso di Flavia non era una decisione casuale. Ha scelto di dare una svolta alla sua vita. Ha dubitato un po’, però l’ha presa col sorriso.

In due anni e mezzo, cosa ti ha colpito di più di Flavia?
Come giocatrice direi la costanza e il livello di tennis che può raggiungere quando gioca bene. Nemmeno lei all’inizio era cosciente di cosa sapesse fare. Come persona invece un sacco di cose: è una ragazza sincera, diretta, molto allegra. Abbiamo due caratteri simili, che si completano. Siamo stati bene insieme.

Qua e là, in rete si legge che il tuo problema da giocatore era la solidità mentale, una delle cose che hai saputo migliorare in Flavia. Come riesce, un allenatore, a trasmettere qualcosa che lui stesso non aveva?
Quando si sbaglia, come sbagliavo io, si riflette di più su determinate cose. Quando giocavo questo aspetto mi costava tanto, ma ero cosciente del mio punto debole, sapevo perché in campo mi succedevano certe cose. Ho studiato i miei errori per cercare di non ripeterli da allenatore. Ci ho lavorato sopra, e ho imparato a non trasmettere certe cose. O a trasmetterle meglio.

Cosa hai imparato da Flavia?
Tante cose. Non conoscevo il mondo femminile e non sapevo se ero in grado di lavorarci, invece oggi mi sento più esperto, capace e pronto per seguire anche altre donne. Ho vissuto una grande esperienza, mi ha aiutato a migliorare. In più, Flavia mi ha trasmesso un po’ di lei, dei suoi valori, ma diciamo che anche io avevo già le idee chiare su tanti aspetti.

Prima della Pennetta avevi già rivitalizzato Ferrero, poi Robredo. Qual è la tua ricetta?
Bisogna lavorare ogni giorno, avendo fiducia che le cose possano cambiare per davvero, che non è mai finita. Nel tennis le virtù più importanti sono continuità e costanza. Non ci sono altri segreti.

Facile: il più bel ricordo di questi 3 anni?
Ovviamente uno ricorda prima le cose speciali, come le vittorie a Us Open e Indian Wells, ma io ho un sacco di grandi memorie di questa esperienza. Ci sono stati momenti facili e altri meno, ma nel complesso è stata una gran bella storia. Ne avrò sempre un ricordo speciale.

Quella con Flavia è stata la miglior esperienza lavorativa della tua vita?
Sì, sicuramente. Al 100%. Abbiamo avuto grandi risultati, un grande rapporto personale e massima fiducia nell’altro. Si è creata un’amicizia che non ho mai avuto con nessun giocatore allenato in passato.

Al momento Salvador Navarro è disoccupato?
Sì, sono fermo, non mi è arrivata nessuna proposta. Se arriverà qualcosa, con un progetto che mi piace, ci penserò. Altrimenti rimarrò un po’ a casa, a Barcellona, con mia moglie e mia figlia. Mi sta bene così. È una vita che sono lontano parecchie settimane all’anno.

E se il tuo futuro fosse di nuovo con Flavia, insieme a seguire qualche talento?
Non lo so, non so cosa Flavia abbia in mente. Andrebbe chiesto a lei.

Flavia, nel suo messaggio d’addio al tennis, su di te ha scritto: “a Salva, che mi ha dato la forza di andare avanti nei momenti bui e che ha sempre creduto in me sin dal primo giorno, un amico, un confidente, un compagno di viaggio unico”. Cosa ti senti di rispondere?
La ringrazio tanto per la fiducia che mi ha dato in questi tre anni. Per il lavoro fatto insieme e soprattutto per l’amicizia che si è creata e che sono certo andrà avanti a lungo, per sempre. La porta di casa mia è sempre aperta. Quando torna dai suoi impegni (è stata in India per la Champions Tennis League, mentre ora è in Italia, ndr) io e mia moglie la aspettiamo a pranzo.

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IL BIOLOGO CHE SFIDA I TOP-100

Francesco Borgo, 30 anni, è laureato in biologia ma fa il tennista

Francesco Borgo, 30 anni, è laureato in biologia ma fa il tennista

[Intervista apparsa martedì 24 novembre su TennisBest]

IL PERSONAGGIO – A 30 anni, con una laurea in biologia molecolare (e un’altra in arrivo), un’associazione sportiva di proprietà, alcuni allievi e un grande sogno, Francesco Borgo si è trovato a esordire in un Challenger contro Stakhovsky. E ha fatto pure una gran figura.

BRESCIA – Scorrendo il tabellone del Trofeo Città di Brescia della scorsa settimana, infarcito da una quindicina di giocatori con trascorsi da Top-100, agli occhi degli appassionati del circuito ATP Challenger è balzato un nome nuovo: Francesco Borgo. Un giovane emergente? Altroché. Semmai un esemplare unico o quasi, che nel 2011 ha mollato un dottorato da biologo molecolare per inseguire il sogno tennis, buttandosi nel circuito internazionale intorno ai 25 anni. Tardi, tardissimo, ma non per chi l’ha scelto come fase di un percorso di formazione, da completare con una seconda laurea in arrivo e le prime esperienze da allenatore, e ha comunque trovato il tempo e il modo per togliersi più di una soddisfazione. Principalmente in doppio, con 14 titoli Futures e un posto fra i primi 300 del ranking, ma anche in singolare. L’ultima proprio a Brescia. Ha perso al secondo turno delle qualificazioni, ma una lunga serie di ritiri gli aperto le porte del tabellone principale, come lucky loser. E la sorte gli ha regalato una sfida con l’avversario più importante mai incontrato: l’ucraino Sergiy Stakhovsky. Da una parte il numero 62 del mondo, con quattro titoli ATP in bacheca e una storica vittoria contro Roger Federer sul Centrale di Wimbledon; dall’altra lui, numero 921, che per fare il suo esordio a livello Challenger è stato costretto ad annullare il corso pomeridiano a delle piccole allieve. Il bello del tennis è anche questo.

Scorrendo la tua scheda, si nota subito che sei entrato nel ranking ATP solamente a 25 anni. Da dove sei sbucato?
Ho giocato a tennis sin da piccolissimo, mio padre è maestro di tennis e ha allenato anche qualche buon giocatore. Ho giocato insieme a lui a fasi alterne, da under 12 ero fra i migliori d’Italia, ma non avrei mai pensato che il tennis potesse diventare la mia professione. A 19 anni ero terza categoria, e siccome andavo bene a scuola, dopo il liceo ho deciso di iscrivermi all’università, spinto da mia madre che fa la professoressa. Ho studiato e mi sono laureato in biologia molecolare a Padova, con una tesi sullo studio di due geni implicati nella risposta allo stress, per creare nuove molecole antidepressive.

E come mai ti troviamo con la racchetta e non col camice?
Nella mia vita il tennis è sempre stato in secondo piano, ma allo stesso tempo non sono mai riuscito ad abbandonarlo. Mi sono mantenuto l’università facendo tantissime lezioni private al sabato e alla domenica, e anche negli anni degli studi ho continuato a giocare tornei Open, specialmente d’estate, salendo di classifica passo dopo passo, fino a quando un circolo di Padova mi ha proposto di allenarmi un po’ di più e provare a fare il professionista. Visto che avevo raggiunto una buona classifica nazionale, mi sono detto: “si vive una volta sola, perché non provare?”. Così finiti gli studi mi sono preso un anno per il tennis, per allenarmi e pensare esclusivamente a quello.

A quanto pare gli anni sono diventati qualcuno in più…
Sono successe varie cose. Per primo, dopo pochi mesi mi sono scheggiato una rotula, ma invece di operarmi ho trascinato il problema curandolo a suon di antiinfiammatori, i cui effetti collaterali mi hanno creato un po’ di ansie, etc. Malgrado abbia chiuso quell’anno fra i primi 1.000 della classifica, non l’ho vissuto molto bene. Così, ho deciso di operarmi e provare un’altra stagione. A quel punto, mi ha contattato una professoressa che cercava un laureato in biologia molecolare per un dottorato, con borsa di studio. Non sapevo cosa fare, ma ho deciso di accettare. Speravo di riuscire a far conciliare tennis e dottorato, ma era impossibile perché pretendevano una presenza fissa in laboratorio. Quindi dopo poco ho deciso di prendere sei mesi di sospensione, e non ho più ripreso. Non era la mia strada.

Ti sei mai pentito?
Nella mia vita non ho rimpianti, ho sempre fato un sacco di cose diverse. Potrebbe essere vista come un’abilità, nel senso che sono riuscito a fare tante cose, oppure come una debolezza, perché non sono mai riuscito a concentrarmi al 100% su una sola. Ma sono fatto così, e ne sono felice. Chiusa quella porta ne ho aperta un’altra: mi sono iscritto a Scienza Motorie per completare la mia preparazione. Ho deciso che voglio rimanere nell’ambiente tennis, dove mi sento a mio agio. Mi laureerò a marzo, con una tesi sul doping genetico, che unisce il nuovo ambito a quanto studiato di biologia molecolare.

Hai mollato un dottorato, che ti avrebbe garantito anche una soddisfazione economica diversa, per buttarti nei Futures, dove di soldi non se ne vedono. Non è una scelta da tutti…
Quella di mollare il dottorato è una delle poche scelte che ho fatto convinto al 100%, e di cui non mi sono mai pentito. Così come di aver studiato biologia. Mi piaceva l’idea di sapere come funzionano le cose. So come è fatta l’acqua che bevo, so dove va a finire. È interessante. Ma questo non è un settore nel quale mi trovo a mio agio dal punto di vista lavorativo. Non ci sono grosse relazioni con la gente, ci sono tempi molto lunghi e pochi risultati. Insomma, poche emozioni. Uno come me ha bisogno di emozioni forti.

Il tennis dà emozioni forti?
Quelle che trovo nel tennis non riesco a trovarle in nient’altro. Magari se non giocassi a tennis andrei a fare i rave party nel fine settimana. È uno sport incredibile, che ti prende a livello mentale e dà tante soddisfazioni. Ti fa vivere la vita a pieno, e questo ha molto più valore dei soldi. Sono una persona a cui il denaro interessa veramente poco. Non compro dei vestiti da quando ero minorenne (ride, ndr). Sono altre cose che mi rendono felice: stare con la mia ragazza, coi miei amici o il mio cane, Rambo. La curiosità? L’abbiamo trovato a Santa Margherita di Pula, durante il Futures, e l’abbiamo adottato. Ai soldi non ho mai badato. L’anno scorso ho giocato un sacco di tornei Open, e li ho vinti quasi tutti. Sono circa 1.000 euro in tasca a torneo, ma non c’è gratificazione. Preferisco vincere un match in un Futures, anche con nessuno sugli spalti, ma sapere che è tennis vero. Di recente ho anche discusso con mio padre, vorrebbe che mi stabilizzassi. Ma per il momento sto ancora investendo su me stesso, e fino a quando non finisco il mio percorso e sono pronto per lavorare a tempo pieno, ai soldi non ci penso.

Lo conferma la tua specializzazione nel doppio, dove si guadagna ancora meno. Come mai?
Il vero obiettivo era quello di entrare fra i primi 300 giocatori della classifica di specialità (e ci è riuscito, ndr), per accedere al corso straordinario per diventare maestro nazionale Fit, che prevede un percorso più breve e vantaggioso rispetto a quello tradizionale. Lo farò fra gennaio e febbraio. Nel frattempo, il Ct Vicenza, per cui gioco la Serie A2, mi ha proposto di iniziare ad allenare dei ragazzi e seguirli sotto tutti i punti di vista: tennis, preparazione fisica, alimentazione e quant’altro. Insomma, sto per iniziare a fare quello per cui mi sono preparato. E accompagnando loro ai tornei posso giocare pure io. Come successo a Brescia, dove ho accompagnato Francesco Ferrari e già che c’ero ho disputato le qualificazioni. In più ho firmato in doppio: garantisce ospitalità per due persone, così Francesco ha potuto stare con me, vivere un ambiente di alto livello e allenarsi con un sacco di giocatori forti. Una grande esperienza.

Sembrerebbe che tu veda la tua carriera da giocatore come parte di un percorso di formazione…
È vero, ho sempre pensato in ottica futura. Fino quando posso giocare gioco, imparo, mi miglioro. Ora, dopo tanti anni, il mio percorso è definito, sono deciso. Ho fondato anche un’associazione sportiva che si chiama Alpha Tennis, di cui sono presidente. Non abbiamo un posto fisso: siamo un gruppo di ragazzi che si muovono a Verona, da un posto all’altro. L’obiettivo per il futuro è quello di prendere una struttura e realizzarci qualcosa per valorizzare il tennis in città, qualcosa di professionale e innovativo: mi piacerebbe avere solo campi in cemento. Al momento non ambisco a fare il maestro di circolo, faccio meno lezioni private possibile. Punto in alto, con la preparazione che ho e l’esperienza dei tornei credo di poterlo e doverlo fare. Per fare il maestro tradizionale sarò sempre in tempo.

Non capita spesso di incontrare giocatori che guardano al futuro. Stai seguendo degli esempi?
No, tutto quello che faccio viene da me, anche se dai miei genitori ho imparato tanto. Per quanto riguarda il gioco, invece, tutti mi hanno sempre detto che il più grande gap fra uno come me e i giocatori forti è il fisico. Sono molto leggero, peso meno di 70 chili, quindi cerco di ispirarmi e imitare quei giocatori che fisicamente mi assomigliano, come David Goffin o Gilles Simon.

Simon è uno dei giocatori più intelligenti del circuito…
Per forza. Non avendo potenza o particolare pesantezza di palla, dobbiamo usare altre armi. Contro Stakhovsky ho giocato bene perché la superficie velocissima aiuta chi si appoggia, chi sa giocare di fino. Anche se gli scambi sono brevi, bisogna pensare tantissimo, se fai la scelta sbagliata tiri tre metri fuori.

Cosa ti hanno dato 4/5 anni nel circuito in più rispetto a quanto studiato?
Stando nel circuito riesci a capire tante cose. Io ho sempre voluto parlare molto con gli altri giocatori, coi coach stranieri. Confrontarmi, capire cosa sentono, come si preparano. Tutte cose che chi non sta qui dentro non può capire. Si può studiare benissimo la didattica, la biomeccanica, ma se l’obiettivo è seguire un giocatore, e tu non hai vissuto quello che dovresti andare a insegnare, sei il primo per cui diventa difficile capirlo. Diciamo che qui impari a vivere il tennis. Anche nei tornei Open il livello non è basso, ma il tennis è vissuto in maniera diversa. Questo è un ambiente professionistico.

Sei l’unico laureato fra i tennisti italiani?
No, ma siamo pochissimi. A memoria mi viene in mente solo Matteo Fago, che ha fatto il college negli Stati Uniti (all’Università del Tennessee, ndr). È una cosa un po’ diversa, ma che consiglierei ai ragazzi che vogliono studiare senza lasciar perdere il tennis di alto livello, anche se la preparazione scolastica che hai lì forse non è all’altezza della nostra. In Italia funziona tutto male, ma le università ti preparano sul serio, specialmente nelle materie scientifiche. Per il resto, so che Marco Crugnola ci ha provato, Pietro Licciardi è iscritto, ma tennis e studi sono incompatibili, sia a livello di tempistiche sia a livello mentale. Diciamo che il mio caso è un’eccezione, ma non so se definirmi al 100% un giocatore, visto che c’è stata una sola stagione in cui l’ho fatto a tempo pieno. Nel nostro sport se non hai la testa completamente proiettata sul tennis non ce la fai. Per questo lo ritengo il più difficile del mondo.

Quindi fare il tennista è una scelta coraggiosa?
Sicuramente per buttarsi nel tennis ci vuole coraggio, perché si va a trascurare tutto il resto. Bisogna fare dei sacrifici, la propria famiglia deve fare dei sacrifici. Però è una scelta come un’altra, come proseguire con gli studi o iniziare a lavorare. La cosa particolare di questo mondo è che si fatica a tornare indietro. Il tennis è uno sport che illude: capita che batti il giocatore più forte, prendi punti ATP, e pensi poter arrivare in alto pure tu. È giusto crederci, perché se uno non ci crede non ce la farà mai, però ora vediamo la classifica ATP che va fino al numero 2.400, e nel 2014 hanno pagato l’IPIN (la tassa ITF per potersi iscrivere ai tornei, ndr) in 40.000. Sono 40.000 che ci credono. Dal punto di vista emotivo è bellissimo, però di tennis ci vivono solo i primi 200. Su 40.000. La cosa positiva è che dopo aver fatto il giocatore, se vuoi rimanere nell’ambiente, hai l’esperienza necessaria per insegnare.

Conoscendo la cultura media non altissima del tennista italiano, ti è mai capitato di non sentirti a tuo agio perché circondato da gente un po’ troppo superficiale?
All’inizio si, facevo fatica. È stato un po’ brusco passare da un ambiente in cui si parla solo con persone con una cultura media molto alta, a parlare esclusivamente di tennis o di calcio. Ma poi, conoscendo gli altri ragazzi in maniera più precisa, sono riuscito a fare discorsi profondi anche con gente da cui non me lo sarei mai aspettato. Ora la vivo bene, mi piace molto parlare con tutti, spiegare le cose, dare consigli agli amici, ai ragazzi più giovani. Mi sento come una sorta di maestro, anche se non è la parola giusta.

Avere studiato può dare qualcosa in più sul campo da tennis?
A livello di gioco no, perché nel tennis pensare troppo non è un vantaggio. Devi essere molto bravo a farlo il meno possibile. Io spesso ho avuto problemi perché penso troppo. Però quando poi vai a insegnare, gli studi svolti sono un valore aggiunto importantissimo.

A un 18enne che può provare a fare il tennista, ma è anche portato per studiare, cosa diresti?
Gli consiglierei di non avere fretta, potrebbe benissimo finire la scuola superiore e nel frattempo allenarsi, giocando magari qualche torneo giovanile nel periodo estivo. In questo modo potrà crescere come tennista, ma anche crearsi una base culturale che gli servirà nella vita. Dopo, se vuole continuare a fare entrambe le cose può andare al college. Se invece decide per il tennis, di buttarcisi dentro al 100%. All’università ci potrà pensare in futuro.

Primo Challenger a 30 anni, potresti essere fra i più vecchi. Cosa ti lascia questa esperienza?
Molto, anche perché è arrivata in maniera fortuita. Dopo la sconfitta nelle qualificazioni sono rimasto qui per il doppio, quindi perché non firmare come lucky loser? L’ho fatto e ho avuto questa chance, e quando ho visto che avrei giocato contro Stakhovsky ero felice. Scherzando con i miei amici ho detto che l’obiettivo era di riuscire a fare qualche game, ma dentro di me non dico che pensavo di poter vincere, ma almeno di giocare un buon match, visto che il campo molto veloce valorizza le mie caratteristiche. Così è stato (ha perso 6-4 7-5, ndr) e ho pure qualche rimpianto per un paio di chiamate dubbie alla fine del secondo set. Sarei potuto arrivare al tie-break e magari vincerlo. Ma nel terzo lui sarebbe salito e io calato, mentalmente non sono abituato a tenere questo livello così a lungo. Però ho fatto una bella figura, e sono felice per me stesso. Quando mi ricapita di giocare contro uno come Stakhovsky?