L’ITALIA CHE BATTE ROGER FEDERER

2015 Australian Open - Day 5

[Articolo pubblicato sul numero di gennaio 2016 di TennisBest Magazine]

Ripensando all’Australian Open del 2015, le prime due scene che saltano in mente sono quelle di Novak Djokovic e Serena Williams che alzano al cielo i rispettivi trofei, ma ce n’è anche una terza, molto meno comune e per questo ancor più bella. È la storica vittoria di Andreas Seppi su Roger Federer, che compirà un anno il prossimo sabato. A Melbourne era pomeriggio, in Italia un venerdì mattina che grazie a quel 6-4 7-6 4-6 7-6 avrà per sempre una pagina importante nei libri del nostro tennis. Ce l’abbiamo ancora negli occhi: l’ultimo passante di diritto, l’emozione dell’angolo di Andy, il sorriso di Roger a rete. Qualcosa che gli appassionati non dimenticheranno mai. Seppi è stato l’unico italiano capace di battere Roger nel suo terreno preferito, i tornei del Grande Slam, ma non il solo azzurro ad aver chiuso a braccia alzate un match contro di lui. Nel suo lungo cammino verso la leggenda, da ragazzino fino a quando era già in vetta al ranking ATP, in singolare il campione di Basilea ha perso altre undici volte contro dei giocatori azzurri: dai più noti come Filippo Volandri e Andrea Gaudenzi, a gente come Davide Bramanti, Daniele Balducci o Diego De Vecchis. Dei perfetti sconosciuti al grande pubblico, ma che possono raccontare di aver battuto, almeno per una volta, il giocatore simbolo del loro sport. L’hanno fatto con noi.

1995 – DIEGO DE VECCHIS
Torneo ETA U14 Annecy (Francia) – 1° turno consolazione – 6-3 6-2
“Ricordo di aver detto ai miei compagni di trasferta: ‘menomale che gioco con Federer, forse una partita la vinco’”. A parlare è Diego De Vecchis, coetaneo di Roger, che lo trovò sulla propria strada nel 1995, al ‘Les Petits Princes’, torneo Tennis Europe under 14 che va ancora in scena ad Annecy, in Francia. “Perdemmo entrambi al primo turno del main draw, così finimmo nel tabellone di consolazione. Ero felice di affrontarlo, Roger giocava già molto bene ma commetteva un sacco di errori. Al tempo mi sentivo nettamente più forte”. In effetti, da under 14 il romano è stato fra i primi del mondo (insieme a gente come Hewitt, Rochus e Mathieu), e aveva ragione. Vinse il match 6-3 6-2, e poi pure il torneo di consolazione. “Ma il ricordo più curioso – racconta – è di un’altra partita con Roger, al Trofeo Bonfiglio del 1997. Ci affrontammo al primo turno delle qualificazioni. Persi il primo set 6-4, poi salii 6-1 4-1, ma il match girò di nuovo e arrivammo al tie-break. Sul 2-0 per lui, da fuori qualcuno ci gridò che al Bonfiglio al terzo set non era previsto il tie-break. Lo feci presente all’arbitro, ma ormai l’avevamo iniziato e l’abbiamo dovuto finire. Roger serviva meglio di me, e lo vinse lui”. Lo svizzero avrebbe poi superato le qualificazioni e raggiunto i quarti, iniziando a mostrare la stoffa del campione. De Vecchis, invece, non è mai entrato fra i primi 1.000 del ranking ATP e ha smesso ad appena 25 anni, arrendendosi all’ennesimo infortunio. Dopo l’addio ha cercato fortuna all’estero, insegnando per qualche tempo al Palm Beach Resort alla Maldive, mentre ora lavora come maestro al Tc Padova. “Tantissimi dei ragazzi che giocavano con noi da under sono arrivati in alto. Penso a Lopez, Robredo, Nalbandian, Youzhny, Melzer. È stata dura vedere che loro ci sono riusciti e noi no, forse siamo stati gestiti in maniera diversa dalla Federazione: al tempo facevano ancora qualche errore a livello strutturale”. E Federer? “L’ho rivisto nel 2006, anno della finale al Foro Italico contro Nadal. Arrivò a Roma al giovedì per prepararsi al torneo, e tramite Vittorio Selmi (allora tour manager dell’ATP, ndr) ci allenammo insieme. Si ricordava dei nostri match da ragazzini”.

1995 e 1996 – UROS VICO
Winter Cup U14 San Miniato (Pisa) – Finale 3°/4° posto – 6-4 6-2
Torneo ETA U16 Torino – Primo turno – 7-5 6-2
In Italia, lo scettro di anti-Federer appartiene al suo coetaneo Uros Vico, ex grande scommessa di Riccardo Piatti. Il romano di origini croate, numero 166 del mondo nel 2004 e oggi coach di Roberto Marcora al Tc Milano, è l’unico azzurro ad aver superato Roger per due volte: nel 1995 e nel 1996. La prima all’ormai scomparsa Winter Cup di San Miniato, una sorta di campionato a squadre under 14 per nazioni, che ha portato nel Pisano tutti i Fab Four e non solo. “Era la finale per il terzo posto, quindi non contava granché. Fu un match molto tranquillo, vinsi in due set (Federer tornò a casa con un bilancio di 0-10 fra singolare e doppio, ndr). Poi affrontai di nuovo Roger l’anno dopo, in un torneo ETA under 16 a Torino. La caratteristica principale di quel Federer era che con servizio e diritto riusciva già a lasciar fermi gli avversari, cosa molto rara a quell’età, in quanto tutti tendono a tenere un po’ di più. Lui invece giocava in maniera diversa dagli altri, cercava sempre il vincente, di diritto tirava proprio forte”. Però aveva anche delle lacune importanti. “Di rovescio faceva fatica, giocava spessissimo il back e sbagliava parecchio. Mi ricordo che vinsi quei match attaccandolo molto spesso sul rovescio e andando a rete. Era molto nervoso, a Torino spaccò anche una racchetta”. Insomma, di certo non ci si aspettava un uomo da 17 Slam. “Il fenomeno della nostra generazione era Olivier Rochus, che al tempo scherzava tutti. Federer era più indietro. Ma a 16/17 anni ha avuto un grande salto di qualità: quando lo affrontai di nuovo a fine 1998, per due volte in un Satellite in Svizzera, ci persi nettamente. Era cresciuto tantissimo”. Federer e Vico si sono incrociati di nuovo nel 2005, negli spogliatoi a Indian Wells. “Avevo giocato le qualificazioni ed ero lì con Ljubicic, che aveva perso negli ottavi proprio contro Roger”. Dopo il match, i due andarono insieme a fare un massaggio, e Vico si fermò con loro. “Chiacchierammo un po’, e Roger si ricordava di tutti i nostri incontri, anche di alcuni doppi che io avevo completamente rimosso. Invece di essere io a ricordarmi i match con lui, era il contrario. Incredibile”.

1997 – DAVIDE BRAMANTI
ITF under 18 Firenze – Primo turno – 6-4 3-6 7-6
“Quel giorno me lo ricordo perfettamente. Eravamo al torneo under 18 del Circolo Tennis Firenze. Dopo il sorteggio mi si avvicinò Giancarlo Palumbo, che seguiva noi giovani per conto della Federazione, mi prese sotto braccio e mi disse: ‘guarda Davide, non siamo stati tanto fortunati, giochi contro uno svizzero fortissimo’. Mi venne da ridere, e risposi ‘vediamo, domani si entra e si gioca’”. E Davide Bramanti, classe ‘79 da Pietrasanta, quel match lo giocò e vinse, al tie-break del terzo set. “Eravamo sul campo accanto alla club house, c’era un sacco di gente accorsa a vedere quel ragazzino di cui si parlava così bene. Ricordo Mario Belardinelli attaccato alla rete che mi incitava e gridava come un matto, sorvoliamo su ciò che mi diceva (ride, ndr). Fu una grande partita, giocai benissimo, mentre Federer in quel periodo era ancora un po’ nervoso, lanciava spesso la racchetta, faceva un po’ di show. Non potrò mai dimenticarmi il tie-break del terzo set: lo vinsi 7-0, con Roger che tirò sette missili fuori di almeno due metri, alcuni direttamente sul telo. Una cosa incredibile. Però si vedeva che ci sapeva fare, tanto che dopo un mese vinse a Prato”. Quel torneo fu il primo ITF under 18 finito nella bacheca di Federer, ma anche una grossa macchia nella crescita di Bramanti. “Giocavo contro il povero Luzzi, agli ottavi di finale, e praticamente mi spaccai una spalla. Mi dovetti operare, e da quel momento qualcosa è cambiato. E pensare che a detta dei maestri federali la classe ’79 poteva diventare la migliore nella storia del tennis azzurro: avevamo alcuni degli junior più forti del mondo”. In effetti c’era anche Florian Allgauer, forse la più grande speranza mai sbocciata del nostro movimento. Il biondo di Brunico ha smesso a 24 anni, mentre Bramanti, di fatto, non ha mai iniziato. E quel best ranking da numero 1.121 ATP grida vendetta. “Ho visto gente che battevo arrivare molto avanti, mentre io ho dovuto smettere pure con la serie A1 a Forte dei Marmi: problemi alla schiena. Mi dispiace per il tennis, ma pazienza. Oggi lavoro nell’agenzia immobiliare di mio padre, e sono felice così. Ho pur sempre battuto il più forte giocatore di tutti i tempi. Non sono in molti a poterlo dire”.

1997 – FILIPPO MESSORI
ATP Gstaad (Svizzera) – Primo turno qualificazioni – 5-7 7-5 7-6
Il rapporto fra Roger Federer e l’ATP di Gstaad è noto soprattutto per le due mucche ricevute in omaggio dagli organizzatori fra 2003 e 2013, mentre in pochi sanno che nel torneo sulle Alpi svizzere Roger ha giocato il primo match in carriera a livello ATP, a 16 anni ancora da compiere. Non risulta nemmeno nella sua activity sul sito ATP, ma gli archivi dell’ITF non mentono, e poi se lo ricorda molto bene anche lui. L’ha citato tre anni fa, in conferenza stampa. “La mia prima volta qui? Era il 1997, giocavo le qualificazioni. Persi 7-6 al terzo da un italiano”. Quell’italiano è Filippo Messori, modenese, best ranking 138 nel ‘96. L’abbiamo scovato sul sito web dell’LTC De Meent di Bussum, club a una ventina di chilometri da Amsterdam, dove lavora come maestro da quando circa tre anni fa è emigrato nei Paesi Bassi, dopo aver sposato una donna olandese. “Di quella partita – racconta – non mi ricordo praticamente nulla. Anzi, a dire la verità ho scoperto di aver giocato contro di lui un giorno di tanti anni fa, quando la mia carriera era già finita, guardando un suo match in tv. Il commentatore, non ricordo se Rino Tommasi o Giampiero Galeazzi, elencò i giocatori italiani capaci di battere Federer, e fece anche il mio nome. Non ci volevo credere: andai subito a controllare su internet, ed era tutto vero”. I due si sono rivisti oltre dieci anni dopo, nel ristorante romano di Vincenzo Santopadre. “Roger si ricordava perfettamente di aver giocato e perso contro di me. Si è rivelato una persona molto educata e simpatica”. Per un italiano che emigra all’estero e riprende quasi da zero, avere una vittoria con Federer sulla carta d’identità è sicuramente un buon biglietto da visita. “Da quando sono arrivato qui, nel giro di una settimana e senza che io dicessi nulla, lo sapevano tutti: la cosa impressiona molto i ragazzini. Sono contento di averlo battuto ed è una cosa piacevole, ma non va dimenticato che lui era un giovane all’inizio della sua splendida avventura tennistica, mentre io ero già piuttosto esperto. A me, a parte la soddisfazione, rimane il fatto di essermi divertito a girare il mondo per giocare a tennis, mentre lui ha scritto una pagina importante di questo sport, se non la più importante”.

1997 – DANIELE BALDUCCI
Satellite Svizzera 1, week 3, Sierre – Semifinale – 6-3 6-2
“Ricordo di aver chiamato la mia fidanzata la sera prima del match, dicendogli qualcosa come ‘domani gioco contro un ragazzino di undici anni in meno, se perdo potrebbe essere giunta l’ora di smettere’”. Dall’altra parte della cornetta c’è Daniele Balducci, ex top 200 oggi responsabile dell’attività dello Sporting Club Montecatini. A causa di qualche problema fisico, in quel 1997 era sceso in classifica, così a fine anno andò in Svizzera a disputare uno degli ormai scomparsi Satelliti: una sorta di mini circuito con tre tappe (paragonabili ai Futures attuali) più il Master finale. “Giocavamo indoor a Sierre, vicino a Crans Montana. Eravamo in semifinale, quindi significava che Federer era già un ragazzino molto valido, ma vinsi facilmente. Ricordo che lo stile di gioco era identico a quello attuale, ovviamente con le dovute proporzioni, visto che aveva appena 16 anni. In quel momento doveva fare il salto, ma era ancora un po’ insicuro. Peter Lundgren, il suo coach di allora, l’ha forgiato dal punto di vista mentale, facendolo maturare tantissimo. Credo sia stato fondamentale potersi allenare con lui”. Al tempo si intravedevano le qualità del futuro campione, ma nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato il Roger Federer che conosciamo, nemmeno in Svizzera. “Non se lo aspettavano nemmeno loro, ricordo che non ci fu un’affluenza particolare di gente. Avevano un buon gruppo di giovani, Roger era la punta di diamante e mi pare fosse già campione europeo, ma non c’era chissà quale clamore attorno al suo nome. Ci sono un sacco di componenti che entrano in gioco, e poi ne abbiamo visti tantissimi di ragazzi fortissimi a 16 anni non riuscire a sfondare. Non tutti possono diventare numeri uno”. La curiosità? Balducci si qualificò per il Master grazie a una vittoria e due finali nelle tre tappe, ma nel torneo decisivo perse ai quarti. Contro? Severin Luthi. “Era inferiore rispetto a Federer, ma sempre un buon giocatore. Nel complesso conservo un bel ricordo di quel successo, anche se era abbastanza normale che vincessi io. Qualche mese prima ero nei top 200, mentre Roger aveva solo 16 anni. Mi ha fatto piacere vederlo arrivare dove è arrivato. È indubbiamente il mio preferito”.

1999 – LAURENCE TIELEMAN
Challenger Heilbronn (Germania) – Semifinale – 7-5 6-1
La prima semifinale di Federer a livello Challenger risale al 1999, allo storico evento di Heilbronn. Partito dalle qualificazioni, vinse sei match battendo solo avversari di livello, su tutti Stepanek, Pescosolido e Caratti. A vendicare i due italiani ci pensò un terzo, Laurence Tieleman, un (allora) 26enne di mamma romana e padre belga, nato a Bruxelles e cresciuto a Bradenton da Bollettieri, ma che giocava per l’Italia. “Ricordo che il match era stato programmato alla sera – racconta oggi da Miami, dove vive e si è laureato in psicologia – perché c’era molto interesse attorno a Federer. Avevo sentito parlare di lui, ma non l’avevo mai visto, così andai a seguire il suo match di quarti di finale. Aveva un timing eccezionale sul diritto, un servizio già efficace e in campo era molto elegante. Pensai che non sarebbe stato facile, ma notai che aveva qualche difficoltà col passante di rovescio”. Così, il giorno seguente attaccò molto (e bene) da quella parte, e vinse 7-5 6-1. “Era la mia unica chance di batterlo, non dovevo dargli ritmo, ogni volta che toccava la palla di diritto vinceva il punto. Ricordo che giocava con una Pro Staff da 85 pollici, la palla gli usciva dalle corde come un razzo. Il suo gioco era già completo, era un giocatore migliore rispetto ai teenager di oggi”. Dopo il match, Peter Lundgren andò da Tieleman a complimentarsi per la strategia. “E io gli dissi che quel giovane sarebbe diventato molto forte. Ma non mi sarei mai aspettato diventasse colui che, secondo me, è il migliore di sempre”. La settimana dopo Roger giocò l’ATP di Marsiglia e batté Carlos Moya, numero 5 ATP. “È stato l’inizio di una carriera incredibile”. Quella di Tieleman, invece, è finita tre anni dopo, con un best ranking da numero 76 e una finale al Queen’s come miglior risultato. “Poi ho voltato pagina. Ho speso molto tempo nel business di famiglia: ‘Nonna Nini’, un bar ristorantino gestito da mia cognata ad Assisi, di cui vado molto fiero. Ora invece, oltre a dare una mano alla squadra della University of Miami, aiuto mio fratello Henri-James nella sua compagnia: Ecoloblue, di cui è co-proprietario con Wayne Ferreira (ex n.6 ATP, ndr). La società si occupa di macchine che producono acqua potabile partendo dall’umidità dell’aria”.

1999 – GIANLUCA POZZI
1°T WG Davis Cup – SUI-ITA, Neuchatel – Ultimo singolare – 6-4 7-6
Un italiano nel suo primo match ATP, un italiano nella sua prima semifinale Challenger, e un italiano (anzi, due) anche nel suo esordio in Coppa Davis, nel 1999 al Patinoires du Littoral di Neuchâtel, Svizzera francese. È il primo turno del Gruppo Mondiale, e la nazionale elvetica dell’allora ct Claudio Mezzadri chiude i conti già al sabato, anche grazie alla vittoria in quattro set di Federer su Sanguinetti. Roger salta il doppio ma torna in campo alla domenica, nell’ultimo match, contro Gianluca Pozzi. “Giocammo a risultato acquisito – racconta il 50enne barese, numero 40 del mondo a 36 anni e oggi maestro all’Accademia Tennis Bari, dopo una lunga parentesi in Lombardia – ma in Coppa Davis non vuole mai perdere nessuno. Roger era già noto al grande pubblico, aveva raggiunto i quarti di finale in un evento importante come Marsiglia, e nella prima giornata batté Sanguinetti. Che fosse forte di sapeva, ma anche se la fase in cui si perdeva un po’ l’aveva già superata, aveva comunque 18 anni, era un pochino irregolare”. Quel tanto che è bastato al mancino pugliese per batterlo, 6-4 7-6. “Ricordo un match teso, lottato. Andai sotto di un break, ma lo recuperai e vinsi di misura. Poi ci giocai un annetto dopo a Copenaghen, e persi 6-3 al terzo. Era cresciuto molto, e poi è andato sempre più su. Mi è capitato talvolta anche di frequentarlo ai tornei, ci siamo allenati insieme alle Olimpiadi di Sydney nel 2000. Magari diceva qualche cazzata in più, ma nonostante fosse giovane, come giocatore era già maturo ai tempi”. Eppure, ad altissimi livelli i suoi coetanei come Hewitt e Ferrero (anche se quest’ultimo ha un anno in più) ci sono arrivati prima. “Credo ci abbia messo un tantino di più a causa del suo gioco molto più vario. Da una parte è ovviamente un vantaggio, però bisogna capire quando fare determinate cose, non è semplicissimo. Tuttavia, si vedeva che sarebbe diventato uno dei più forti. Impossibile dire quanto, perché entrano in gioco tantissime componenti, e dipende anche dall’evoluzione mentale della persona. Lui è andato sempre migliorando. Non si arriva a certi livelli se, sportivamente parlando, non si ha una mente fuori dalla norma. Come lui, come Sampras”.

2002 – DAVIDE SANGUINETTI
ATP Milano – Finale – 7-6 4-6 6-1
Il rapporto con l’Italia del giovane Federer proseguì con il suo primo titolo ATP, nel 2001, al tanto rimpianto evento indoor di Milano. Lo stesso dove arrivò in finale anche dodici mesi dopo, arrendendosi a sorpresa a un Davide Sanguinetti in grande spolvero. “Fu una finale tutt’altro che scontata – racconta oggi Cino Marchese, ex manager IMG che spinse (con successo) per riportare il grande tennis a Milano – perché non era previsto che Sanguinetti arrivasse fino in fondo. Ma era in un momento magico, riuscì a giocare un tennis meraviglioso e meritò quel titolo”, il primo in carriera per l’allora 29enne Viareggino, poi salito fino alla posizione numero 42. “Un risultato anomalo, ma ogni tanto nella sua carriera Federer è incappato in queste giornate un po’ così, nelle quali perde dei match da vincere. Scherzando, un giorno glielo dissi: ‘mi fai incazzare quando perdi certi punti’. ‘Sei come mio padre’, mi rispose”. Non è un caso che Federer del torneo del PalaLido ricordi sempre con molto piacere l’edizione 2001, vinta in finale contro Boutter, ma di quella del 2002 non dica mai nulla. “E ci credo, dopo la sconfitta si sarebbe ammazzato. Tuttavia è rimasto un episodio: Federer è diventato uno dei più grandi della storia, per trovare uno come lui bisogna tornare ai tempi di Rod Laver, mentre Sanguinetti non è andato molto più in là”. Oggi ‘Dado’ allena il cinese Di Wu, che si è brillantemente qualificato per l’Australian Open, mentre il futuro di Roger lo conosciamo tutti. E Marchese, 79 anni da compiere a novembre ma una vitalità da ragazzino, fu uno dei primi a capire come sarebbe andata. “Sono stato per tanti anni a capo del gruppo di recruiting di IMG, quando l’azienda era ben strutturata in tutti i paesi. Ricordo che andavamo all’Orange Bowl con i rappresentati delle varie nazioni, e quando vedemmo per la prima volta Federer non esitammo un attimo a capire che sarebbe diventato un grandissimo”. Tanto che poi, qualche anno dopo, a Milano decise di investire proprio su di lui. “Insistetti con Franco Bartoni (l’allora direttore del torneo, ndr) per portare Roger a Milano, offrendo allo svizzero una piccola garanzia. Lo assicurai che sarebbe diventato un giocatore molto importante”.

2002 – ANDREA GAUDENZI
Internazionali d’Italia, Roma – Primo turno – 6-4 6-4
“Personalmente, ritengo che lo svizzero, prima o poi, vincerà Wimbledon”, scriveva Gianni Clerici nel suo pezzo dell’8 maggio 2002 sulle pagine di Repubblica. Lo svizzero in questione, ovviamente, è Roger Federer, che il giorno prima aveva salutato al primo turno gli Internazionali d’Italia, battuto 6-4 6-4 da Andrea Gaudenzi. Il commento dello Scriba la dice lunga: era già il Federer che conosciamo noi o quasi, tanto che la settimana successiva avrebbe vinto ad Amburgo il suo primo Masters Series. Ma Gaudenzi, nonostante una piccola contrattura alla coscia, sfornò quella che al tempo definì la sua “miglior prova dell’anno”, accorciando gli scambi, penetrando col diritto e spedendo il giovane Federer a casa all’esordio. “Sono passati quasi 14 anni – spiega da Londra il 42enne faentino, numero 18 ATP nel 1995 – e sinceramente non ho particolari memorie di quell’incontro. Ricordo che di Federer si parlava benissimo, era già numero 5 del mondo (in realtà 11 ma poco cambia, ndr) e aveva una grande facilità di gioco, era veloce fisicamente e molto equilibrato. Che sarebbe diventato un campione Slam si sapeva. Ma, come diceva Ivan Lendl di Pete Sampras, si poteva vedere come colpiva la palla, non leggergli la mente. Bisogna tenere un livello altissimo per tanti anni, e lui ci sta riuscendo”. Quel martedì, a Roma il pubblico non dovette nemmeno scaldarsi più di tanto: il dottor Gaudenzi (è laureato in giurisprudenza) controllò dall’inizio alla fine, lasciando una sola palla-break. “Fu un match talmente tranquillo che non si prestava nemmeno a chissà quale baccano. Ricordo il match-point, una risposta vincente lungo linea col diritto. Qualcosa che non mi capitava molto spesso (ride, ndr)”. Gaudenzi e Federer si sono rivisti qualche anno dopo, in ambito calcistico. “Non ricordo se era il 2007 o il 2008, a un match di Champions League del Real Madrid. Io lavoravo per un’azienda che sponsorizzava la squadra, mentre lui era fra gli ospiti. Ci siamo incrociati fra primo e secondo tempo nella saletta hospitality, e abbiamo fatto qualche chiacchiera. ‘Lo sai che sei 1-0 sotto contro di me?’, gli dissi. ‘Certo’, mi rispose ridendo. ‘Io non dimentico nessuna partita’. Sempre preciso, gentile e molto cortese”.

2007 – FILIPPO VOLANDRI
Internazionali d’Italia, Roma – Ottavi di finale – 6-2 6-4
“Il pubblico mi vedrà sputare sangue, anche dovessi perdere 6-2 6-2”. Parola di Filippo Volandri, alla vigilia del suo match contro Roger Federer negli ottavi di finale del Masters Series di Roma, maggio 2007. Per il nostro tennis si annunciava come la peggiore edizione da anni, con nessun azzurro in tabellone per diritto, ma una delle quattro wild card regalò al pubblico del Foro Italico una favola indimenticabile. Volandri, numero 1 d’Italia ma fuori dai top 50, batté prima Gabashvili e poi Gasquet, presentandosi carico a molla contro Federer. E vicino a perdere 6-2 6-2 ci andò il numero uno del mondo, che con 44 errori gratuiti si arrese in 78 minuti, offrendo all’Italia maschile la quarta vittoria di sempre contro il leader della classifica ATP. Ma se quando Panatta batté Connors per due volte erano altri tempi, e quando Pozzi superò Agassi al Queen’s il match terminò col ritiro dello statunitense, il livornese (coetaneo di Roger) ha potuto godersi la libidine del match-point, nel posto più bello in cui un italiano possa sognare di battere il più forte. “Colpa mia, ma anche merito di Filippo”, l’omaggio del numero uno del mondo. “Mi ha reso le cose complicate sin dall’inizio, non ha sbagliato nulla. Giusto criticare la mia prestazione, ma di là dalla rete c’era un avversario che ha fatto il suo dovere alla perfezione”. “Io ho disputato la partita perfetta – raccontò invece Filippo al microfono RAI di Giampiero Galeazzi – facendogli colpire tante palle alte e cariche. Ho giocato sempre a due centimetri dalla riga, serviva il 110% e oggi l’ho fatto”. E poi ancora in conferenza stampa: “Ho messo tutto me stesso in ogni palla che ho giocato. L’avevo detto che avrei sputato sangue, e così è stato. Ero entrato in campo tranquillo perché sapevo di non aver niente da perdere, ma la tranquillità è andata via a metà del secondo set, quando mi sono reso conto che lo stavo battendo”. Memorabile il suo giro di campo nel vecchio Centrale, a dare il cinque a tutti i tifosi della prima fila, rosso di terra battuta per essersi lasciato cadere sul campo quando l’ultimo diritto di Roger è morto in rete, facendo esplodere il pubblico romano. “Battere Federer è un sogno e non pensavo potesse accadere”. E invece…

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QUANDO ‘ROBONOLE’ PERSE DA ARNABOLDI

Novak Djokovic e Andrea Arnaboldi

Novak Djokovic e Andrea Arnaboldi

[Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo di mercoledì 13 gennaio]

Da una parte della rete sedici tornei del Grande Slam, divisi fra i dieci di Novak Djokovic e i sei del suo coach Boris Becker, dall’altra Andrea Arnaboldi. Un sogno? No, una realtà che arriva da Doha (Qatar), dove in occasione del primo torneo del 2016 ‘Nole’ ha chiesto – tramite il suo manager ‘Dodo’ Artaldi – di allenarsi con il canturino, numero 159 ATP, regalandogli un’opportunità di quelle che capitano poche volte nella vita. “Non giocavamo insieme da quando eravamo juniores – ha raccontato Arnaboldi da Melbourne, dove ha disputato le qualificazioni dell’Australian Open – e rifarlo ora che lui è numero uno al mondo ha un sapore speciale. Abbiamo scambiato qualche chiacchiera sul passato, e Novak ha raccontato a Boris Becker di quando ci affrontammo da under 16, al Torneo Avvenire di Milano. Lui era un predestinato, era già stato campione europeo under 14, ma vinsi io 6-2 6-4”. Ora le cose sono un po’ cambiate, ma Arnaboldi non è mai stato così vicino al tennis che conta. “Nell’off-season ho lavorato bene, quest’anno punto ai primi 100, spero di farcela al più presto”.

“UN RAGAZZO ALLA MANO”
Ancor più che per il 28enne lombardo, quella di Doha è stata un’occasione indimenticabile per il suo team, composto dal tecnico Fabrizio Albani e dal mental coach Roberto Cadonati, che hanno scommesso su di lui e su sè stessi nell’estate del 2013, portandolo a traguardi mai raggiunti prima, come il secondo turno dello scorso anno al Roland Garros. Entrambi erano in campo con lui a Doha, dove ha perso nelle qualificazioni dal britannico Kyle Edmund, poi giunto ai quarti di finale. “Ero curioso di vedere da vicino come lavora un campione del suo calibro – ha detto Cadonati – e ho trovato grande meticolosità e attenzione ai particolari. Ogni minimo errore viene analizzato, si ferma lo scambio e poi si riparte. Tutto il suo entourage si dà da fare perché lui possa occuparsi solo della prestazione. Djokovic è un ragazzo sicuro di sé, ma anche molto alla mano. Questa occasione ci offre spunti per migliorare il nostro lavoro, e per Andrea rappresenta uno stimolo in più per confrontarsi ad alti livelli”.

I COMPLIMENTI DI BORIS BECKER

Dare la palla al numero uno del mondo – racconta Albani – fa un certo effetto, così come vedere che il suo arrivo è seguito da una nuvola di appassionati che si accalcano attorno al campo per osservarlo. È stata un’esperienza professionale incredibile”. E anche un allenamento molto valido per il numero uno, con la ciliegina sulla torta di Becker che prima fa i complimenti ad Arnaboldi per la qualità del suo tennis e poi chiede un contatto ad Albani, per giocare in altre occasioni. “Lo viviamo come un premio. Se lavori in un certo modo e con i giusti obiettivi, capita di confrontarsi e condividere il proprio lavoro anche con i migliori. Ci conferma che la strada è quella giusta: ci concentreremo ancora di più per crescere, e magari incontrarli in un match ufficiale”. Non sarà all’Australian Open, dove l’azzurro ha ceduto per 6-2 6-2 a Mischa Zverev al primo turno delle qualificazioni, ma chissà che non arrivino presto altre occasioni. “Tutto è possibile  chiude Albani , siamo preparati per far bene”.

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PER UN PUGNO DI DOLLARI

futures

[Reportage pubblicato sul numero di dicembre 2015 di TennisBest Magazine]

REPORTAGE – Quattro settimane vissute nel circuito Futures, dove si lotta per pochi punti ATP e la sopravvivenza economica, fra incordature fai da te, passaggi di fortuna, hotel a basso costo e l’eterno dilemma per il pranzo: ticket da 10 o da 15 euro?

Steven De Waard bussa alla porta della players lounge. La chiamano così, come nei grandi tornei, dove la parola lounge significa divanetti, frigoriferi pieni di bevande, cibo, playstation, biliardini, divertimenti e hostess dalle gambe chilometriche. Al Tennis Club Bergamo invece è tutto diverso. Una cinquantina di metri quadrati, deserti, coi muri bianchissimi, un paio di finestre, tre tavolini e una decina di sedie, piuttosto datate. Lui è australiano, ha festeggiato i 24 anni a maggio e il best ranking qualche giorno prima: numero 935 del mondo. Scarso secondo gli internauti, pure peggio se a parlare è il portafoglio. Ha deciso di provare la vita da ‘pro’ nell’aprile del 2011, e dopo quattro anni ha messo insieme circa ottomila dollari, settemila euro. Divisi per 48 mesi fa 145 al mese, meno di cinque euro al giorno. Roba da far ridere i vu cumprà della stazione. Due tavolini sono occupati, chiede se può prendere il terzo. Lo sposta vicino alla finestra, apre il suo borsone Wilson di tre anni prima ed estrae una piccola macchina incordatrice fai-da-te, fedele compagna di viaggio nella stiva di qualche compagnia low cost, sballottata da una parte all’altra dei carrelli fino al nastro della salvezza. È successo anche qualche giorno prima, sul WizzAir Bucarest-Orio al Serio, novanta euro con due bagagli se prenotato con qualche giorno d’anticipo, e tanto male alle ginocchia per chi passa il metro e novanta. Siede in fretta e furia, fissa la macchina al tavolo e inizia il lavoro. Ha poco tempo, sono le 14.10 e il suo secondo turno del doppio inizia dopo una ventina di minuti. Ci tiene molto, insieme al diciottenne Marc Polmans (lui sì, una discreta promessa) un paio di Futures li ha vinti, arrivando a ridosso dei primi 500 del mondo. Tira ogni corda con grande minuzia, con un occhio all’orologio, e fa niente se Marco Barcella di Mauro Sport, in postazione a pochi metri dai campi e anche dal camper rattoppato a scotch di un tennista polacco, chiede appena 10 euro ma garantisce standard qualitativi ben diversi. Lui quel deca preferisce risparmiarlo per un pranzo in più: pasta al pomodoro e petto di pollo nel ristorante del buon Luigi. Cibo di classe per uno abituato alle imburrate delle sue parti, da impallidire solo guardando una puntata doppiata male di Masterchef Australia.

Il suo è uno dei tanti volti che si incontrano nei tornei Futures, il grado più basso del professionismo, dove la palla e il sudore scorrono come nel tour maggiore, ma i Suv nel parcheggio appartengono ai soci del club, mica ai giocatori. Loro si accontentano dei treni (meglio se regionali) o di un’utilitaria da spremere su e giù per l’Italia e non solo, fra ITF da diecimila, tornei nazionali e gare a squadre, vera e propria àncora di salvezza per chi i top 100 li guarda con la bava alla bocca. I più fort(unat)i riescono ad accaparrarsi anche qualche contratto all’estero, dove girano più soldi, ma le certezze sono spesso ridotte all’osso. Lo sa bene Matteo Trevisan, ex grande speranza, negli spogliatoi in accappatoio e ciabatte a discutere con un amico che abita in città e lo ospita a casa, facendogli risparmiare i soldi dell’hotel. È felice per la vittoria di qualche minuto prima, con tanto di toilet break nell’erba appena fuori dal campo (“Non farmi andare fino al bagno, tanto non mi vede nessuno”), ma appena esce l’argomento campionati a squadre il sorriso sparisce. Nel 2014 aveva lasciato le due squadre all’estero sicuro della riconferma, ma senza avvisarlo hanno sciolto sia quella austriaca sia quella tedesca. Una mazzata via l’altra nel giro di un mese, fuori tempo massimo per trovare nuove sistemazioni. Addio dunque a oltre un terzo dei suoi introiti stagionali e benvenuto ai tornei Open (utili per far cassa) e bentornate alle discussioni coi genitori, per quel conto in banca che galleggia fra segno più e segno meno manco fosse un indice della borsa di Milano. “Non ho nemmeno i soldi per cenare stasera, dovrò chiedere un anticipo del prize money”, se ne va scherzando. O forse no.

I Futures accolgono tennisti di ogni tipo: da quello di categoria superiore sceso in classifica per il tal infortunio, al giovane che il ranking lo sta scalando per la prima volta, fino a chi ormai ha capito che a quei livelli ci passerà l’intera carriera. E poi ci sono quelli che gli habitué del circuito chiamano ‘soci’, non gli affiliati del club dove si gioca il torneo, bensì amatori che non hanno ben chiaro il concetto di professionismo e nemmeno l’intelligenza per starci alla larga. Si tratta per lo più di miliardari, che in attesa di decidere cosa combinare nella vita si dilettano a fare i turisti col borsone, rimediando 6-0 a destra e a manca. Come Nicolas Leobold, franco-canadese sulla cinquantina, taglia XL e occhiali rosa di Hello Kitty, che si aggira per il Tc Lecco con due Head Extreme da incordare e una matassa di Luxilon sotto il braccio, nella speranza che la corda illegale secondo Andre Agassi renda legale il suo diritto da ‘ennecì’. O uno statunitense di origini italiane, al secolo James Giovannini, che di Andy Roddick ha preso i doppi falli e di Mardy Fish l’amore per i fast food. È arrivato dagli States fino a Lodi per giocare il suo primo Futures, ma invece di tornare a casa in aereo lo fa in bicicletta, dopo una quarantina di minuti scarsi passati a ridere fra un punto e l’altro. Tolte queste rare eccezioni, la vita è identica per tutti gli altri, fra lavanderie e piccoli bed & breakfast, senza allenatore al seguito perché costa troppo, senza giudici di linea, talvolta senza raccattapalle e di rado pure senza arbitro nelle qualificazioni. Paradossale, ma tutto vero. Per molti l’attività dipende dai risultati: arrivare in fondo a un torneo significa poter giocare anche la settimana successiva, garantirsi una chance in più per salire almeno nel purgatorio. Ma con una lista della spesa lunga così, nemmeno chi vince è sicuro di guadagnare qualcosa. Arrivare in fondo ai tornei significa incassare più soldi (1.440 dollari al vincitore), ma anche dormire più notti in hotel, mangiare più volte al ristorante, andare più volte in lavanderia, incordare più racchette. Alla fine il portafoglio è sempre vuoto.

Una situazione che sa di irreale per chi è abituato a vedere il tennis perfetto, quello delle tv, con i giocatori che navigano nell’oro scortati da scialuppe di coach, manager, fisioterapisti, psicologi. Nei Futures mangiano accanto a soci e spettatori, e lottano per qualche breve notizia nelle ultime pagine dei quotidiani di provincia.

Ma qual è la soddisfazione per cui vale la pena dannarsi l’anima?

Bisognerebbe chiederlo a quei due, Giacomo Oradini e il finlandese Patrik Niklas-Salminen, che al Tennis Club Lecco se ne sono dette di tutti i colori per un set, al turno decisivo delle qualificazioni. Forse abbagliati dagli spalti stranamente pieni, hanno dimenticato che in palio ci fossero zero punti e giusto quel centinaio di dollari garantito a chi raggiunge il main draw. Una missione compiuta nel match precedente da un altro azzurro, Jacopo Stefanini che si appresta a pranzare poco lontano, con le parolacce provenienti dal Campo 1 come musica di sottofondo. Siede con un amico, e riflette a lungo. Il dilemma? Optare per il ticket da 15 euro, con menù completo, o pagarne 10 e rinunciare a primo o secondo, ma compiere quella che per le sue tasche sponsorizzate da mamma e papà può diventare un’importante operazione di business? Sceglierà quello da dieci e proseguirà la missione-risparmio la settimana seguente a Lodi, suggerendo a due colleghi una tripla a 60€ (da dividere in tre) in un agriturismo, piuttosto che la stessa soluzione a 20 euro in più, ma in un hotel convenzionato a quattro stelle. A conti fatti sono 7€ scarsi risparmiati a notte, e fra un agriturismo e un 4 stelle ce ne passa. Ma non c’è nemmeno da pensarci. È pur sempre meglio del “Ciao, piacere, sono Pinco Pallino, ti va di dividere una doppia?”, che tocca fare ogni tanto, specialmente quando ci si trova all’estero e si socializza con chi capita. Importa zero se dall’altra parte del telefono c’è uno sconosciuto, conta solo risparmiare. La cosa giusta? Sì. La migliore? No. Perché per emergere bisogna investire, su se stessi e sul proprio staff. Ma bisogna anche poterselo permettere.

Quando in ballo ci sono i soldi, ovviamente, c’è pure chi ‘ci prova’. Come quel tennista dell’Est, lo slovacco Ivo Klec che sempre a Lodi si è presentato due volte al players’ desk a ritirare i 50€ di cauzione lasciati per le palle d’allenamento, discutendo animatamente quando gli è stato fatto notare che li aveva già ritirati in precedenza, prima di scusarsi per l’accaduto. Sbadataggine? Verrebbe da pensarlo se non fosse che proprio lui, nel giorno dell’eliminazione, si è presentato in tarda serata dall’incordatore a ritirare la propria matassa e saldare l’ultima incordatura, ma una volta appreso che il responsabile se n’era già andato, si è miracolosamente dimenticato dei 12€ da pagare, limitandosi a recuperare la corda. Mancava il terzo indizio per provarne la dubbia moralità, ma è arrivato qualche mese dopo, insieme alla radiazione da parte di Tennis Integrity Unit. E non certo per i 50€ contesi. Resta il fatto che se un giocatore è disposto a sporcarsi la faccia per così poco significa che ne ha bisogno davvero.

Lo conferma il caso di Josè Pereira, 24 anni dal Brasile, che a fine maggio si è fatto un paio di settimane dalle nostre parti. A Bergamo ha raggiunto la semifinale: fosse così tutte le settimane, a fine anno il conto piangerebbe un po’ meno. Ma quando ha scoperto che i 502 dollari guadagnati avrebbero subito una decurtazione del 30% (prevista per i giocatori stranieri), ha chiesto che ad accompagnarlo all’aeroporto fosse qualcuno del club, per risparmiare una trentina d’euro del taxi che aveva prenotato anzitempo. Un lusso che non si poteva (più) permettere.

È la vita dei Futures, dove – a differenza di un nome che sa tanto di illusione – il futuro lo vedono in pochi, gli altri vanno avanti per passione. Alla peggio si ricicleranno come maestri, mica in miniera. E se alla fine dei match capita di vedere i giocatori infilare nel borsone bottigliette d’acqua a raffica, non significa che stiano morendo di sete ma che, così facendo, le avranno gratis fino a sera. Due o tre euro risparmiati ogni giorno significa poter giocare un torneo in più alla fine dell’anno, magari quello giusto per uscire finalmente dal buio. Fare la fame è ben altra cosa, e alla stazione non ci dorme nessuno (o quasi, perché è capitato anche a dei futuri top 100), ma di garanzie non se ne vedono. Il sogno di vivere di tennis giocato lo accarezzeranno in pochi, pochissimi. Per gli altri sarà sempre un mondo di solitudine, che ti svuota psicologicamente. Perché nella solitudine l’uomo pensa, si fa delle domande. “Ho ancora voglia di dormire una notte sì e l’altra pure su un letto scomodo, di una piccola stanza, di un albergo qualsiasi?”. “Ho ancora voglia di dannarmi l’anima per qualche dollaro e davanti a quattro gatti?”. “Ho ancora voglia di mettere da parte tutto il resto per inseguire un sogno che probabilmente non raggiungerò mai?”. Tanti hanno ceduto, ma per molti altri la risposta è sempre la stessa. E il bello di ‘sto mondo è tutto in quel “”.

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LA NUOVA RICETTA DEL ‘BOLE’

Simone Bolelli (Getty Images)

Simone Bolelli, classe 1985 (Getty Images)

[Intervista apparsa giovedì 10 dicembre su TennisBest]

L’INTERVISTA – A 30 anni, dopo una stagione buona a livello di continuità, Simone Bolelli guarda al futuro con determinazione. “D’ora in avanti il fisico sarà la chiave di tutto. Se riuscirò a star bene potrò fare cose mai fatte”. E su quella previsione di Toni Roche…

Se ci fosse una classifica di lucidità nelle interviste, fra i tennisti italiani Simone Bolelli sarebbe il leader indiscusso. Magari non regalerà mai lo strillone, la classica dichiarazione forte da sparare in copertina, perché è piuttosto introverso e molte cose preferisce tenerle per sé. Non a caso, della sua vita privata si sa pochissimo, e i social li usa col contagocce. Ma quello che dice lo dice come si deve, senza troppi giri di parole, con onestà. Senza esaltarsi nelle cose positive e senza nascondersi in quelle meno positive. Il suo 2015 è stato entrambe, dipende da che angolazione lo si osserva. L’inizio prometteva qualcosa in più di una 58esima posizione a fine anno, ma c’è stato anche qualche problema fisico di troppo a condizionarne il cammino. E allora è meglio guardare gli aspetti migliori: dalla vittoria in doppio all’Australian Open ai primi due successi in carriera contro dei top 10, Milos Raonic e Tomas Berdych, più sette quarti di finale nel Tour. Il tutto a 30 anni, dopo un paio di operazioni al polso che gli hanno salvato la carriera. Significa che nel circuito ATP c’è ancora spazio anche per lui. È il primo a saperlo, e si sta attrezzando per farsi trovare pronto. Con delle convinzioni tutte nuove.

Escludendo la vittoria in doppio a Melbourne, qual è il ricordo più bello che ti resta dal 2015?
Ce ne sono tanti. Sicuramente uno è lo spareggio di Coppa Davis in Russia, la vittoria con Fabio nel doppio. Forse però l’emozione più grande, Melbourne a parte, è stata la partecipazione alle ATP Finals. Un’esperienza nuova per entrambi. Inaspettata, ma allo stesso tempo cercata. In singolare, invece, il mio miglior tennis l’ho giocato al Roland Garros. Ho vinto due match in tre set e poi sono andato avanti 2-1 contro Ferrer, giocando un tennis pazzesco.

Dopo l’ottimo inizio, ti aspettavi un anno diverso? Il ranking dice -3 rispetto a fine 2014…
Volevo sicuramente chiudere più in alto in classifica, ma da marzo mi sono portato dietro un po’ di problemi e non sono riuscito a trovare continuità. Ho fatto fatica a star bene dal punto di vista fisico, principalmente per un problema al ginocchio sinistro. Ho una calcificazione al tendine che si collega al quadricipite, e ogni volta che la gamba sta piegata mi fa male, quando carico sento male. Ho fatto delle onde d’urto dopo Wimbledon e altre a ottobre, il processo di guarigione è ancora in atto, ma dovrebbe sistemarsi a breve. Poi dopo la trasferta asiatica non ho giocato indoor a causa della febbre. Ma sono comunque contento del mio anno: sono cresciuto tatticamente e fisicamente, e ho chiuso con una classifica che mi permette di essere sempre in tabellone. Visti i problemi che ho avuto, va bene così.

Quindi la tua assenza alle finali di Serie A1 è dovuta al ginocchio?
No, a un problema alla caviglia. Durante l’ultimo doppio a Londra ho sentito una fitta, ho continuato a giocare e probabilmente ho peggiorato la situazione. Per un paio di giorni ho zoppicato, e ora sono fermo da oltre due settimane. Spero di tornare in campo a metà dicembre.

Nel 2015 hai giocato sette quarti di finale nel circuito, senza mai superarli. Lo vedi come un rimpianto o significa che hai gettato una base di continuità per l’anno prossimo?
In alcuni di questi tornei ho avuto delle chance, come a Sydney contro Troicki o a San Pietroburgo contro Sousa, ma nel complesso lo vedo positivamente. Ho battuto due top ten, cosa che non mi era mai riuscita prima, ho trovato un buon livello medio e sono tornato con continuità nel circuito maggiore, dopo che nel 2014 avevo giocato tanti Challenger.

Il passo in più che ci si aspetta dal 2016 da dove deve partire?
Ho 30 anni, e penso che adesso la chiave di tutto sia star bene fisicamente. Se ci riesco penso di poter esprimere ancora un gran tennis, e magari fare cose che non ho mai fatto prima. Mi sento ancora molto bene in campo, mi piace giocare. Credo di poter dare ancora molto al tennis.

Il cambio di coach è servito a darti le motivazioni che cercavi?
Sì, mi sono trovato bene sia con Galimberti sia con Torresi, da questo punto di vista penso di aver fatto un buon anno. E poi ultimamente ho cambiato anche il preparatore atletico, iniziando a lavorare con Stefano Baraldo. Lo ritengo molto esperto sul lato fisico e atletico, e in più capisce molto anche di campo. E poi è anche fisioterapista, aspetto che secondo me adesso diventa fondamentale. Inizio a sentire vari acciacchi, poter portare con me una persona che si occupa anche di quello è molto positivo.

La situazione a tre coach crea degli svantaggi?
È molto importante essere sulla stessa linea di pensiero. Edoardo (Infantino, ndr) mi sta aiutando ormai da 3-4 anni, e mi ha dato molta fiducia. Io credo molto in lui come allenatore, penso sia uno dei migliori che ci siano nel nostro sport. Galimberti e Torresi stanno cercando di portare avanti il lavoro che da anni abbiamo impostato con Infantino. Ora dobbiamo organizzarci per il 2016, ma la scelta è stata positiva.

Quest’anno hai affrontato Djokovic, Federer e Nadal. Il più impressionante è davvero Novak?
Adesso sì. È riuscito a trovare un equilibrio interno a sé e col suo team che è difficile da rompere. Sta creando anche agli altri giocatori una sorta di pressione psicologica, perché vince sempre lui, e i suoi diretti concorrenti accusano la situazione. Negli ultimi sei mesi dell’anno ha tenuto un rendimento pazzesco. Adesso come adesso fa più paura del miglior Federer, o del grande Nadal sulla terra battuta. Rispetto a tutti gli altri è molto più forte. L’unico che può ancora dagli fastidio è Federer, con i suoi schemi e le sue varianti.

Tra te e Fognini, chi tiene di più al doppio?
Entrambi. Rimaniamo sicuramente giocatori che danno priorità al singolare, ma avendo vinto uno Slam a inizio stagione ci siamo dovuti per forza concentrare anche sul doppio. Giocare ogni settimana singolare e doppio è faticoso, porta via energie, però il doppio aiuta parecchio: riflessi, gioco di volo, servizio, risposta. E anche dal punto di vista della fiducia. Vincere uno Slam non è come vincere un altro torneo, dà grande consapevolezza. Credo che sia a me sia a Fabio sia servito molto per il singolare.

Per il futuro può diventare la tua specialità o non ti vedi ancora nel Tour intorno ai 35 anni?
Se ci penso ora lo vedo lontano, ma non lo escluso. Quando uno smette col singolare bisogna vedere come sta, che obiettivi e che stimoli ha. Sicuramente è una carta da tenere in considerazione.

Com’è stato vedere una finale di Coppa Davis fra Gran Bretagna e Belgio? L’Italia non ha Murray, ma è più forte di entrambe…
Questo ci dà forza, significa che anche noi possiamo puntare ad arrivare in finale. L’anno scorso abbiamo raggiunto la semifinale, mentre quest’anno siamo stati un po’ sfortunati a pescare il Kazakistan in trasferta. In casa, sulla terra, sarebbe cambiato tutto. Comunque l’Italia ha giocatori molto forti in singolare, un buon doppio e soprattutto una squadra di gente che ci tiene. Abbiamo le carte in regola per far bene, già dal 2016. Credo e spero che Federer al primo turno non verrà, e se non venisse nemmeno Wawrinka saremmo più rilassati. Ma già poter giocare in casa è un buon punto di partenza.

Cosa ne pensi di questa nuova veste di Fognini, vicino al matrimonio?
Gli ho chiesto se era sicuro, perché dopo non si può tornare indietro (ride, ndr). A parte gli scherzi, lo vedo molto bene con Flavia. Sono molto affiatati, è una coppia che mi piace, così come ho sempre apprezzato Flavia come ragazza. Se Fabio ha fatto questa scelta vuol dire che se la sente, è sereno.

Come è cambiato il Bolelli persona in tutti questi anni?
La differenza principale è che adesso riesco a capire quali sono le cose che mi fanno bene e quali invece quelle che mi fanno meno bene. Cerco di allenarmi sempre con molta precisione, e toccare gli aspetti che sono importanti nel mio gioco, per come devo e dovrò cercare di esprimerlo. C’è molta più consapevolezza rispetto agli anni passati. Anche più lavoro, più esperienza.

Come sono cambiati i tuoi obiettivi da quando sei entrato la prima volta nei top 100 a oggi?
Gli obiettivi cambiano di anno in anno. Ora punto a crescere molto tatticamente e nel livello di gioco. La chiave è quella: saper esprimere un buon livello di gioco e star bene. Non cerco più di andare in campo per giocare la partita come viene, cerco di proporre un certo tipo di gioco.

Credi ti abbiano tolto di più le due operazioni al polso o la lunga crisi di risultati fra 2009 e 2011?
Un po’ entrambe le cose. Gli anni 2009-2011 hanno rappresentato un brutto periodo, in cui ho raccolto poco e chiuso per due stagioni fuori dai top 100. Non sono riuscito a esprimermi bene, a trovare delle buone condizioni. Gli infortuni invece fanno parte del gioco, purtroppo vanno accettati. Mi dispiace che nel 2013 non abbiamo capito subito quale fosse l’entità del problema, anche se in cuor mio sentivo che era piuttosto grave. Non è facile ripartire ogni volta. Anche se un’operazione è ben fatta, come è capitato a me grazie al dottor Vilarò dell’equipe di Cotorro (il famoso medico delle ginocchia di Nadal, ndr), non sai mai come puoi tornare, se i movimenti saranno uguali a prima. Fortunatamente ora è tutto a posto, Vilarò mi ha salvato la carriera. Non giocare per dieci mesi significa dover ricostruire tutto, ci vuole molto aiuto dall’esterno, specialmente in un caso come il mio. Dopo quel brutto periodo ero finalmente tornato nei primi 100 e mi sono fatto male. Però ho sempre creduto di poter tornare in alto.

Di Simone Bolelli si dice sempre “il bravo ragazzo”, “il bravo ragazzo”. Non ti ha stancato?
Io cerco sempre di essere me stesso in tutte le situazioni. Sono un giocatore di tennis, mi piace quello che faccio. Cerco di comportarmi maniera naturale, se sono bravo o meno non lo posso dire io. Ma questa veste mi piace.

Quel ragazzo entrerà nei primi 10”, disse di te Tony Roche. Ci credi ancora?
Forse nel 2016 no, ma credo sicuramente di poter battere il mio best ranking. Quello di chiudere l’anno prossimo intorno alle trentesima posizione della classifica è un obiettivo che mi piace, lo vedo fattibile. Riuscendoci, poi negli anni successivi si potrà puntare a fare ancora meglio.

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SALVADOR, DI NOME E DI FATTO

Salvador Navarro e Flavia Pennetta (Tonelli/FIT)

Flavia Pennetta e Salvador Navarro (Tonelli/FIT)

[Intervista pubblicata mercoledì 16 dicembre su TennisBest]

L’INTERVISTA – Il miracolo Pennetta allo Us Open ha più di un artefice, ma il principale è Salvador Navarro, che l’ha rimessa in sesto quando tutto pareva finito. Un personaggio di cui non si sa granché, perché ai proclami preferisce i fatti e lascia parlare i risultati.

Salvador Navarro è un uomo di poche parole, schietto, diretto, chiaro. È difficile trovare informazioni su di lui persino in rete, ma della sua carriera da coach racconta tutto il nome: Salvatore. Prima di Ferrero e Robredo, poi – col grazie dell’Italia intera – di Flavia Pennetta. Con un polso appena operato, il ranking a tre cifre e i dubbi sul futuro che bussavano alla porta, la brindisina stava meditando di cambiare aria, ma lui l’ha rimessa in sesto come se nulla fosse, con le due regole più semplici del mondo: tanto impegno e ancor più convinzione. Tutti le conoscono, ma in pochi le sanno applicare come Dio comanda. Lui è fra quelli. Niente proclami e tanti fatti, dal primo all’ultimo minuto, a inizio allenamento come alla fine. Ecco perché quando la sua strada ha incontrato quella di una che di stare in campo ore e ore non ha mai avuto paura, non poteva che nascerne una favola, col lieto fine più dolce. Un successo Slam, allo Us Open, a 33 anni, quando a meno che ti chiami Serena Williams di spazio per nuovi trionfi Slam la bacheca non dovrebbe averne più. Flavia e ‘Salva’ si sono seduti a un tavolo, hanno progettato il futuro e lavorato su tanti accorgimenti. E alla fine quello spazio l’hanno ricavato. Come? L’abbiamo chiesto a lui.

Ricordi il primo torneo con Flavia?
A Marrakech, aprile 2013. Io e Flavia ci conoscevamo già da tempo, ma era la prima volta che allenavo una donna. Non sapevo se ne fossi in grado oppure no, ma devo dire che il primo impatto mi è piaciuto molto, mi sono trovato bene fin da subito. Ho sempre avuto fiducia in Flavia, ho sempre ceduto che sarebbe potuta tornare in alto. Abbiamo lavorato con quell’obiettivo, e una volta ritrovato un buon livello abbiamo puntato a qualcosa di grande.

A Marrakech Flavia era 113 del mondo, quest’anno è arrivata fino alla sesta posizione. Qual è stata la parte più difficile di questo percorso?
Tutto e niente, perché lei è una grande lavoratrice, ascolta tanto e capisce subito cosa bisogna fare. Diciamo che magari ho fatto un po’ di fatica a guidarla sotto l’aspetto mentale, ma credo sia un discorso comune a tutte le giocatrici. Sono più emotive degli uomini, è fondamentale saperle prendere nel modo giusto, e a volte non è facile. Ma va fatto.

All’inizio, credevi fosse possibile arrivare fin lassù?
Quando si inizia a lavorare non si guarda così lontano, non ci avevo nemmeno pensato. Ma quando Flavia è tornata a giocare bene, ha ritrovato le motivazioni ed è salita nel ranking, io sinceramente ci credevo. Pensavo si potessero ottenere buoni risultati, ma forse non vincere uno Slam. Quello è qualcosa di magico.

E come si vince uno Slam?
Non c’è un segreto. È una cosa che arriva. Vai avanti, vai avanti, dai sempre il massimo e te lo ritrovi. È fondamentale crederci sempre, lavoro e fiducia. Ma non c’è una via, un modo. Arriva.

<Durante lo Us Open, quando hai capito che si poteva fare?
In finale (ride, ndr). Ho provato a vivere quel giorno come fosse uno qualsiasi: allenamento al mattino, solita routine, senza cambiare nulla. Anche se ovviamente c’era un po’ di tensione in più, e tanta emozione che è venuta fuori dopo il successo.

Cosa hai detto a Flavia quando è venuta ad abbracciarti?
“Sei grande, hai fatto la storia”.

Si è parlato tanto del tuo lavoro: colpi, testa, motivazioni, stile di gioco. Secondo te dove si è visto di più?Il passo più importante è nella fiducia che Flavia ha preso in sé stessa, già prima della vittoria allo Us Open. Ci sono stati alcuni risultati fondamentali, su tutti la semifinale a New York del 2013 e la vittoria dell’anno dopo a Indian Wells. Due momenti sinonimo di un’evoluzione. E poi anche nel servizio, nel diritto. Ma pure nel rovescio. Il lavoro svolto ha dato i suoi frutti un po’ dappertutto. Nulla di specifico, ma tante piccole cose che messe insieme hanno fatto la differenza.

Come reagisce un coach quando il proprio allievo gli confessa di voler dire basta?
Mi sono fidato della sua decisione, me l’ha comunicata due settimane prima dello Us Open. Sono scelte personali, un allenatore le deve rispettare, non ho nemmeno pensato di provare a farle cambiare idea. Anche perché nel caso di Flavia non era una decisione casuale. Ha scelto di dare una svolta alla sua vita. Ha dubitato un po’, però l’ha presa col sorriso.

In due anni e mezzo, cosa ti ha colpito di più di Flavia?
Come giocatrice direi la costanza e il livello di tennis che può raggiungere quando gioca bene. Nemmeno lei all’inizio era cosciente di cosa sapesse fare. Come persona invece un sacco di cose: è una ragazza sincera, diretta, molto allegra. Abbiamo due caratteri simili, che si completano. Siamo stati bene insieme.

Qua e là, in rete si legge che il tuo problema da giocatore era la solidità mentale, una delle cose che hai saputo migliorare in Flavia. Come riesce, un allenatore, a trasmettere qualcosa che lui stesso non aveva?
Quando si sbaglia, come sbagliavo io, si riflette di più su determinate cose. Quando giocavo questo aspetto mi costava tanto, ma ero cosciente del mio punto debole, sapevo perché in campo mi succedevano certe cose. Ho studiato i miei errori per cercare di non ripeterli da allenatore. Ci ho lavorato sopra, e ho imparato a non trasmettere certe cose. O a trasmetterle meglio.

Cosa hai imparato da Flavia?
Tante cose. Non conoscevo il mondo femminile e non sapevo se ero in grado di lavorarci, invece oggi mi sento più esperto, capace e pronto per seguire anche altre donne. Ho vissuto una grande esperienza, mi ha aiutato a migliorare. In più, Flavia mi ha trasmesso un po’ di lei, dei suoi valori, ma diciamo che anche io avevo già le idee chiare su tanti aspetti.

Prima della Pennetta avevi già rivitalizzato Ferrero, poi Robredo. Qual è la tua ricetta?
Bisogna lavorare ogni giorno, avendo fiducia che le cose possano cambiare per davvero, che non è mai finita. Nel tennis le virtù più importanti sono continuità e costanza. Non ci sono altri segreti.

Facile: il più bel ricordo di questi 3 anni?
Ovviamente uno ricorda prima le cose speciali, come le vittorie a Us Open e Indian Wells, ma io ho un sacco di grandi memorie di questa esperienza. Ci sono stati momenti facili e altri meno, ma nel complesso è stata una gran bella storia. Ne avrò sempre un ricordo speciale.

Quella con Flavia è stata la miglior esperienza lavorativa della tua vita?
Sì, sicuramente. Al 100%. Abbiamo avuto grandi risultati, un grande rapporto personale e massima fiducia nell’altro. Si è creata un’amicizia che non ho mai avuto con nessun giocatore allenato in passato.

Al momento Salvador Navarro è disoccupato?
Sì, sono fermo, non mi è arrivata nessuna proposta. Se arriverà qualcosa, con un progetto che mi piace, ci penserò. Altrimenti rimarrò un po’ a casa, a Barcellona, con mia moglie e mia figlia. Mi sta bene così. È una vita che sono lontano parecchie settimane all’anno.

E se il tuo futuro fosse di nuovo con Flavia, insieme a seguire qualche talento?
Non lo so, non so cosa Flavia abbia in mente. Andrebbe chiesto a lei.

Flavia, nel suo messaggio d’addio al tennis, su di te ha scritto: “a Salva, che mi ha dato la forza di andare avanti nei momenti bui e che ha sempre creduto in me sin dal primo giorno, un amico, un confidente, un compagno di viaggio unico”. Cosa ti senti di rispondere?
La ringrazio tanto per la fiducia che mi ha dato in questi tre anni. Per il lavoro fatto insieme e soprattutto per l’amicizia che si è creata e che sono certo andrà avanti a lungo, per sempre. La porta di casa mia è sempre aperta. Quando torna dai suoi impegni (è stata in India per la Champions Tennis League, mentre ora è in Italia, ndr) io e mia moglie la aspettiamo a pranzo.

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IL BIOLOGO CHE SFIDA I TOP-100

Francesco Borgo, 30 anni, è laureato in biologia ma fa il tennista

Francesco Borgo, 30 anni, è laureato in biologia ma fa il tennista

[Intervista apparsa martedì 24 novembre su TennisBest]

IL PERSONAGGIO – A 30 anni, con una laurea in biologia molecolare (e un’altra in arrivo), un’associazione sportiva di proprietà, alcuni allievi e un grande sogno, Francesco Borgo si è trovato a esordire in un Challenger contro Stakhovsky. E ha fatto pure una gran figura.

BRESCIA – Scorrendo il tabellone del Trofeo Città di Brescia della scorsa settimana, infarcito da una quindicina di giocatori con trascorsi da Top-100, agli occhi degli appassionati del circuito ATP Challenger è balzato un nome nuovo: Francesco Borgo. Un giovane emergente? Altroché. Semmai un esemplare unico o quasi, che nel 2011 ha mollato un dottorato da biologo molecolare per inseguire il sogno tennis, buttandosi nel circuito internazionale intorno ai 25 anni. Tardi, tardissimo, ma non per chi l’ha scelto come fase di un percorso di formazione, da completare con una seconda laurea in arrivo e le prime esperienze da allenatore, e ha comunque trovato il tempo e il modo per togliersi più di una soddisfazione. Principalmente in doppio, con 14 titoli Futures e un posto fra i primi 300 del ranking, ma anche in singolare. L’ultima proprio a Brescia. Ha perso al secondo turno delle qualificazioni, ma una lunga serie di ritiri gli aperto le porte del tabellone principale, come lucky loser. E la sorte gli ha regalato una sfida con l’avversario più importante mai incontrato: l’ucraino Sergiy Stakhovsky. Da una parte il numero 62 del mondo, con quattro titoli ATP in bacheca e una storica vittoria contro Roger Federer sul Centrale di Wimbledon; dall’altra lui, numero 921, che per fare il suo esordio a livello Challenger è stato costretto ad annullare il corso pomeridiano a delle piccole allieve. Il bello del tennis è anche questo.

Scorrendo la tua scheda, si nota subito che sei entrato nel ranking ATP solamente a 25 anni. Da dove sei sbucato?
Ho giocato a tennis sin da piccolissimo, mio padre è maestro di tennis e ha allenato anche qualche buon giocatore. Ho giocato insieme a lui a fasi alterne, da under 12 ero fra i migliori d’Italia, ma non avrei mai pensato che il tennis potesse diventare la mia professione. A 19 anni ero terza categoria, e siccome andavo bene a scuola, dopo il liceo ho deciso di iscrivermi all’università, spinto da mia madre che fa la professoressa. Ho studiato e mi sono laureato in biologia molecolare a Padova, con una tesi sullo studio di due geni implicati nella risposta allo stress, per creare nuove molecole antidepressive.

E come mai ti troviamo con la racchetta e non col camice?
Nella mia vita il tennis è sempre stato in secondo piano, ma allo stesso tempo non sono mai riuscito ad abbandonarlo. Mi sono mantenuto l’università facendo tantissime lezioni private al sabato e alla domenica, e anche negli anni degli studi ho continuato a giocare tornei Open, specialmente d’estate, salendo di classifica passo dopo passo, fino a quando un circolo di Padova mi ha proposto di allenarmi un po’ di più e provare a fare il professionista. Visto che avevo raggiunto una buona classifica nazionale, mi sono detto: “si vive una volta sola, perché non provare?”. Così finiti gli studi mi sono preso un anno per il tennis, per allenarmi e pensare esclusivamente a quello.

A quanto pare gli anni sono diventati qualcuno in più…
Sono successe varie cose. Per primo, dopo pochi mesi mi sono scheggiato una rotula, ma invece di operarmi ho trascinato il problema curandolo a suon di antiinfiammatori, i cui effetti collaterali mi hanno creato un po’ di ansie, etc. Malgrado abbia chiuso quell’anno fra i primi 1.000 della classifica, non l’ho vissuto molto bene. Così, ho deciso di operarmi e provare un’altra stagione. A quel punto, mi ha contattato una professoressa che cercava un laureato in biologia molecolare per un dottorato, con borsa di studio. Non sapevo cosa fare, ma ho deciso di accettare. Speravo di riuscire a far conciliare tennis e dottorato, ma era impossibile perché pretendevano una presenza fissa in laboratorio. Quindi dopo poco ho deciso di prendere sei mesi di sospensione, e non ho più ripreso. Non era la mia strada.

Ti sei mai pentito?
Nella mia vita non ho rimpianti, ho sempre fato un sacco di cose diverse. Potrebbe essere vista come un’abilità, nel senso che sono riuscito a fare tante cose, oppure come una debolezza, perché non sono mai riuscito a concentrarmi al 100% su una sola. Ma sono fatto così, e ne sono felice. Chiusa quella porta ne ho aperta un’altra: mi sono iscritto a Scienza Motorie per completare la mia preparazione. Ho deciso che voglio rimanere nell’ambiente tennis, dove mi sento a mio agio. Mi laureerò a marzo, con una tesi sul doping genetico, che unisce il nuovo ambito a quanto studiato di biologia molecolare.

Hai mollato un dottorato, che ti avrebbe garantito anche una soddisfazione economica diversa, per buttarti nei Futures, dove di soldi non se ne vedono. Non è una scelta da tutti…
Quella di mollare il dottorato è una delle poche scelte che ho fatto convinto al 100%, e di cui non mi sono mai pentito. Così come di aver studiato biologia. Mi piaceva l’idea di sapere come funzionano le cose. So come è fatta l’acqua che bevo, so dove va a finire. È interessante. Ma questo non è un settore nel quale mi trovo a mio agio dal punto di vista lavorativo. Non ci sono grosse relazioni con la gente, ci sono tempi molto lunghi e pochi risultati. Insomma, poche emozioni. Uno come me ha bisogno di emozioni forti.

Il tennis dà emozioni forti?
Quelle che trovo nel tennis non riesco a trovarle in nient’altro. Magari se non giocassi a tennis andrei a fare i rave party nel fine settimana. È uno sport incredibile, che ti prende a livello mentale e dà tante soddisfazioni. Ti fa vivere la vita a pieno, e questo ha molto più valore dei soldi. Sono una persona a cui il denaro interessa veramente poco. Non compro dei vestiti da quando ero minorenne (ride, ndr). Sono altre cose che mi rendono felice: stare con la mia ragazza, coi miei amici o il mio cane, Rambo. La curiosità? L’abbiamo trovato a Santa Margherita di Pula, durante il Futures, e l’abbiamo adottato. Ai soldi non ho mai badato. L’anno scorso ho giocato un sacco di tornei Open, e li ho vinti quasi tutti. Sono circa 1.000 euro in tasca a torneo, ma non c’è gratificazione. Preferisco vincere un match in un Futures, anche con nessuno sugli spalti, ma sapere che è tennis vero. Di recente ho anche discusso con mio padre, vorrebbe che mi stabilizzassi. Ma per il momento sto ancora investendo su me stesso, e fino a quando non finisco il mio percorso e sono pronto per lavorare a tempo pieno, ai soldi non ci penso.

Lo conferma la tua specializzazione nel doppio, dove si guadagna ancora meno. Come mai?
Il vero obiettivo era quello di entrare fra i primi 300 giocatori della classifica di specialità (e ci è riuscito, ndr), per accedere al corso straordinario per diventare maestro nazionale Fit, che prevede un percorso più breve e vantaggioso rispetto a quello tradizionale. Lo farò fra gennaio e febbraio. Nel frattempo, il Ct Vicenza, per cui gioco la Serie A2, mi ha proposto di iniziare ad allenare dei ragazzi e seguirli sotto tutti i punti di vista: tennis, preparazione fisica, alimentazione e quant’altro. Insomma, sto per iniziare a fare quello per cui mi sono preparato. E accompagnando loro ai tornei posso giocare pure io. Come successo a Brescia, dove ho accompagnato Francesco Ferrari e già che c’ero ho disputato le qualificazioni. In più ho firmato in doppio: garantisce ospitalità per due persone, così Francesco ha potuto stare con me, vivere un ambiente di alto livello e allenarsi con un sacco di giocatori forti. Una grande esperienza.

Sembrerebbe che tu veda la tua carriera da giocatore come parte di un percorso di formazione…
È vero, ho sempre pensato in ottica futura. Fino quando posso giocare gioco, imparo, mi miglioro. Ora, dopo tanti anni, il mio percorso è definito, sono deciso. Ho fondato anche un’associazione sportiva che si chiama Alpha Tennis, di cui sono presidente. Non abbiamo un posto fisso: siamo un gruppo di ragazzi che si muovono a Verona, da un posto all’altro. L’obiettivo per il futuro è quello di prendere una struttura e realizzarci qualcosa per valorizzare il tennis in città, qualcosa di professionale e innovativo: mi piacerebbe avere solo campi in cemento. Al momento non ambisco a fare il maestro di circolo, faccio meno lezioni private possibile. Punto in alto, con la preparazione che ho e l’esperienza dei tornei credo di poterlo e doverlo fare. Per fare il maestro tradizionale sarò sempre in tempo.

Non capita spesso di incontrare giocatori che guardano al futuro. Stai seguendo degli esempi?
No, tutto quello che faccio viene da me, anche se dai miei genitori ho imparato tanto. Per quanto riguarda il gioco, invece, tutti mi hanno sempre detto che il più grande gap fra uno come me e i giocatori forti è il fisico. Sono molto leggero, peso meno di 70 chili, quindi cerco di ispirarmi e imitare quei giocatori che fisicamente mi assomigliano, come David Goffin o Gilles Simon.

Simon è uno dei giocatori più intelligenti del circuito…
Per forza. Non avendo potenza o particolare pesantezza di palla, dobbiamo usare altre armi. Contro Stakhovsky ho giocato bene perché la superficie velocissima aiuta chi si appoggia, chi sa giocare di fino. Anche se gli scambi sono brevi, bisogna pensare tantissimo, se fai la scelta sbagliata tiri tre metri fuori.

Cosa ti hanno dato 4/5 anni nel circuito in più rispetto a quanto studiato?
Stando nel circuito riesci a capire tante cose. Io ho sempre voluto parlare molto con gli altri giocatori, coi coach stranieri. Confrontarmi, capire cosa sentono, come si preparano. Tutte cose che chi non sta qui dentro non può capire. Si può studiare benissimo la didattica, la biomeccanica, ma se l’obiettivo è seguire un giocatore, e tu non hai vissuto quello che dovresti andare a insegnare, sei il primo per cui diventa difficile capirlo. Diciamo che qui impari a vivere il tennis. Anche nei tornei Open il livello non è basso, ma il tennis è vissuto in maniera diversa. Questo è un ambiente professionistico.

Sei l’unico laureato fra i tennisti italiani?
No, ma siamo pochissimi. A memoria mi viene in mente solo Matteo Fago, che ha fatto il college negli Stati Uniti (all’Università del Tennessee, ndr). È una cosa un po’ diversa, ma che consiglierei ai ragazzi che vogliono studiare senza lasciar perdere il tennis di alto livello, anche se la preparazione scolastica che hai lì forse non è all’altezza della nostra. In Italia funziona tutto male, ma le università ti preparano sul serio, specialmente nelle materie scientifiche. Per il resto, so che Marco Crugnola ci ha provato, Pietro Licciardi è iscritto, ma tennis e studi sono incompatibili, sia a livello di tempistiche sia a livello mentale. Diciamo che il mio caso è un’eccezione, ma non so se definirmi al 100% un giocatore, visto che c’è stata una sola stagione in cui l’ho fatto a tempo pieno. Nel nostro sport se non hai la testa completamente proiettata sul tennis non ce la fai. Per questo lo ritengo il più difficile del mondo.

Quindi fare il tennista è una scelta coraggiosa?
Sicuramente per buttarsi nel tennis ci vuole coraggio, perché si va a trascurare tutto il resto. Bisogna fare dei sacrifici, la propria famiglia deve fare dei sacrifici. Però è una scelta come un’altra, come proseguire con gli studi o iniziare a lavorare. La cosa particolare di questo mondo è che si fatica a tornare indietro. Il tennis è uno sport che illude: capita che batti il giocatore più forte, prendi punti ATP, e pensi poter arrivare in alto pure tu. È giusto crederci, perché se uno non ci crede non ce la farà mai, però ora vediamo la classifica ATP che va fino al numero 2.400, e nel 2014 hanno pagato l’IPIN (la tassa ITF per potersi iscrivere ai tornei, ndr) in 40.000. Sono 40.000 che ci credono. Dal punto di vista emotivo è bellissimo, però di tennis ci vivono solo i primi 200. Su 40.000. La cosa positiva è che dopo aver fatto il giocatore, se vuoi rimanere nell’ambiente, hai l’esperienza necessaria per insegnare.

Conoscendo la cultura media non altissima del tennista italiano, ti è mai capitato di non sentirti a tuo agio perché circondato da gente un po’ troppo superficiale?
All’inizio si, facevo fatica. È stato un po’ brusco passare da un ambiente in cui si parla solo con persone con una cultura media molto alta, a parlare esclusivamente di tennis o di calcio. Ma poi, conoscendo gli altri ragazzi in maniera più precisa, sono riuscito a fare discorsi profondi anche con gente da cui non me lo sarei mai aspettato. Ora la vivo bene, mi piace molto parlare con tutti, spiegare le cose, dare consigli agli amici, ai ragazzi più giovani. Mi sento come una sorta di maestro, anche se non è la parola giusta.

Avere studiato può dare qualcosa in più sul campo da tennis?
A livello di gioco no, perché nel tennis pensare troppo non è un vantaggio. Devi essere molto bravo a farlo il meno possibile. Io spesso ho avuto problemi perché penso troppo. Però quando poi vai a insegnare, gli studi svolti sono un valore aggiunto importantissimo.

A un 18enne che può provare a fare il tennista, ma è anche portato per studiare, cosa diresti?
Gli consiglierei di non avere fretta, potrebbe benissimo finire la scuola superiore e nel frattempo allenarsi, giocando magari qualche torneo giovanile nel periodo estivo. In questo modo potrà crescere come tennista, ma anche crearsi una base culturale che gli servirà nella vita. Dopo, se vuole continuare a fare entrambe le cose può andare al college. Se invece decide per il tennis, di buttarcisi dentro al 100%. All’università ci potrà pensare in futuro.

Primo Challenger a 30 anni, potresti essere fra i più vecchi. Cosa ti lascia questa esperienza?
Molto, anche perché è arrivata in maniera fortuita. Dopo la sconfitta nelle qualificazioni sono rimasto qui per il doppio, quindi perché non firmare come lucky loser? L’ho fatto e ho avuto questa chance, e quando ho visto che avrei giocato contro Stakhovsky ero felice. Scherzando con i miei amici ho detto che l’obiettivo era di riuscire a fare qualche game, ma dentro di me non dico che pensavo di poter vincere, ma almeno di giocare un buon match, visto che il campo molto veloce valorizza le mie caratteristiche. Così è stato (ha perso 6-4 7-5, ndr) e ho pure qualche rimpianto per un paio di chiamate dubbie alla fine del secondo set. Sarei potuto arrivare al tie-break e magari vincerlo. Ma nel terzo lui sarebbe salito e io calato, mentalmente non sono abituato a tenere questo livello così a lungo. Però ho fatto una bella figura, e sono felice per me stesso. Quando mi ricapita di giocare contro uno come Stakhovsky?